Maxi DD N. 2: “Ho ucciso Jack lo squartatore”. L’autoironia salva Sclavi.

There was a man who told me a story about

A conspiracy.

He told me how it started

And what it meant to me.

Doctors and lawyers and bankers and priests are

Controlled by U.F.O.s

(The Dead Milkmen: “Epic Tales of Adventure”)

 

Questa storia contiene quasi tutti gli elementi tipici delle storie scritte da Sclavi: una madre cattiva, una femme fatale matura e una biondina innocente e inerme, scientifici cattivi e una Grande Cospirazione.

All’inizio, la vecchia zitella Maude Rutherfork racconta a Dylan di una grande cospirazione da parte di “loro” che usano mosche attrezzate con microfoni per spiarci e che sono responsabili sia per la BSE (la storia fu pubblicata nel 1999, vi ricordate l’isteria di allora?) che per la febbre suina e, insomma, per TUTTO. Dylan la crede pazza, ma poi scopre che quasi non aveva esagerato. Alla fine, l’unica cosa sulla quale non vanno d’accordo è che Dylan crede che le forze dell’ordine e la giustizia puniranno i responsabili, mentre la Rutherfork lo corregge: “Vi sbagliate! Oh, certo, qualche pesce piccolo pagherà per tutti, e questo caso, soltanto questo, sarà chiuso… ma la “Grande Cospirazione” continuerà!

La tendenza di credere in teorie di cospirazioni è spiegabile data l’esistenza di GLADIO, della P2 e delle diverse mafie in Italia. Comunque, quelle teorie sono ugualmente ridicole se sono formulate da una vecchia eccentrica, da Dylan o chicchessia. In fondo, le teorie di cospirazioni sono bugie rassicuranti perché suppongono che c’è un gruppo che capisce e che controlla tutto. Inoltre, rendono possibile dare la colpa per le cose brutte che succedono a qualcuno senza interrogare se stessi. Il cantautore Bernd Begemann dice: “e guardiamo sempre film polizieschi / anche se è duro per le vittime / il commissario deve provare che i cattivi non siamo noi”.

Ci sono cospirazioni, ma non c’è Una Cospirazione. Noi siamo controllati, ma lo sono anche “loro”. Anziché una cospirazione, c’è un sistema, il capitalismo, e lo riproduciamo tutti continuamente. Noi siamo responsabili. Ma la buona notizia è che, visto che la riproduzione del capitalismo dipende da noi, possiamo anche superarlo. Il primo passo in quella direzione è chiarirsi le idee su quello che succede, rifiutando le teorie di cospirazioni e uccidendo non “Jack lo squartatore”, ma i miti.

Però Tiziano Sclavi non sembra del tutto convinto di quelle teorie perché le ironizza tramite il carattere della Rutherfork. “Non è vero, ma ci credo”: un atteggiamento molto italiano. Ma fortunatamente in fondo Dylan non è il tipo da indossare un cappello di foglio d’alluminio.

 

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Maxi DD N. 2: “L’idolo della folla”. Primo tempo antifascista, ma poi l’antisemitismo pareggia.

Se migliaia di persone vestite con gli stessi colori si radunano per proclamare il loro sostegno fanatico ad una messinscena culturale che unifica tutta la società nonostante gli interessi di classe opposti e se questa folla viene materialmente sfruttata nel processo, si parla o del fascismo, o del calcio. Due fenomeni legati tra di loro almeno in Italia: il regime fascista usò soprattutto questo sport come strumento propagandistico e due titoli mondiali della nazionale italiana coincidono con quel periodo.

È il merito di questo episodio che illustra questo legame. La città fittizia di Portsmoor rappresenta la società in generale: “È un posto di provincia come tanti. Un piccolo porto commerciale, tanti uffici e qualche fabbrica. La gente ci passa sei giorni alla settimana lavorando e morendo di noia. Poi, la domenica, tutti si riversano allo stadio. Il calcio è il loro unico svago. A Portsmoor è quasi una religione,” ovvero lo spettacolo ideologico che crea l’illusione che quel “posto di provincia come tanti” sia qualcosa di speciale, meglio degli altri posti di provincia, e che quindi i suoi abitanti siano migliori degli altri poveri diavoli che vivono altrove. Quindi, “centinaia di timidi impiegati, commessi operai e professionisti […] nel fine settimana diventano picchiatori spietati, potenziali assassini… cultori di una violenza senza motivo, che alimenta se stessa da una domenica all’altra,” nelle parole dell’ispettore Brennan, il quale poi chiede: “Non è questo l’orrore?” Però questo spettacolo non è senza senso, come pensa Brennan. Sia il club che il nuovo stadio appartengono alla “Celtyc Inc.”, una società edile che ha molta influenza in città, anche sulla polizia. È un capitale quasi-monopolistico che controlla la vita economica e culturale, e anche le istituzioni statali. Il suo profitto dipende dallo spettacolo celebrato con la partecipazione attiva della folla incosciente.

Ma talvolta le finzioni di un club amato, di tradizioni locali ecc. non bastano a suscitare abbastanza dedicazione da parte della popolazione degenerata abbastanza per meritare l’epiteto plebe. Ci vuole una figura carismatica, in questo caso il calciatore John Bradd. “Da quando è arrivato Bradd, questi pazzi si sono moltiplicati, è come se la sua presenza li esaltasse. E quasi tutte le domeniche scorre sangue, allo Stonehenge Stadium.”

Ed è interessante notare che questo duce sta per diventare più potente del suo sponsor imprenditoriale, il quale dispone ancora delle risorse materiali per controllare la città, ma non prende più le decisioni, almeno non da solo. Lascio agli storici il compito di individuare il momento in cui questo punto fu raggiunto in Italia o altri paesi. È chiaro che Bradd controlla già la futura generazione della borghesia. William Hidewhite (cioè “Pellebianca”!), il figlio dell’imprenditore, capeggia gli ultrà del Portsmoor (un errore interculturale tipico del vecchio DD: la cultura ultrà è quasi sconosciuta in Gran Bretagna) ed è pronto a fare “qualsiasi cosa” ber Bradd.

Riassumiamo: A Portsmoor il capitale incoraggia un culto sciovinista del quale profitta materialmente ed è personalmente legato a gruppi violenti. Una figura carismatica serve come nesso tra il capitale e la popolazione nonché come figura di identificazione per tutti. Una miniatura del fascismo.

 

Come sempre in DD, la storia ha un lato razionale e uno spirituale, scuro, e in questo caso addirittura oscurantista.

Naturalmente il demonico Brad ha un alleato ben più potente di Hidewhite: il diavolo. Nella sua giovinezza, Bradd gli promise un sacrificio di diecimila uomini in scambio per “fortuna e gloria”, nonché la vita eterna. Finora, un racconto convenzionale, sentito tante volte. Ma purtroppo, Ruju sembra di aver concesso alle forze del male un prezzo molto alto in scambio per un poco di originalità: in questo episodio, la trama del patto con il diavolo prende una svolta antisemita. Ecco un elenco di indizi sui quali si basa il mio giudizio.

  1. Il simbolo magico usato che Brad usa per comunicare con satana è quello che chiamiamo di solito la stella di Davide. Questa è il simbolo del male assoluto per gli antisemiti e gli antisionisti di tutto il mondo. Infatti, per il regime dell’Iran, Israele è il “piccolo Satana”, e per gli antisemiti, gli ebrei sono responsabili per tutto il male nel mondo, appunto come Satana.
  2. Bradd è un calciatore bravo e ha molto successo. Questo successo genera l’invidia di chi non lo ha. Gli antisemiti proiettano il successo che gli manca sul collettivo immaginario degli “ebrei”, la cui scelleratezza viene contrastata con la propria rettitudine. L’antisionismo è simile: mentre Israele è una democrazia capitalista abbastanza stabile che garantisce uno stile di vita degno ai suoi abitanti, le società arabe che circondano quel piccolo stato sono politicamente, economicamente e culturalmente arretrate e sempre sull’orlo della guerra civile. Se qualcun altro, nonostante la sua inferiorità morale, ha più successo, deve per forza essere a causa di influssi diabolici.
  3. Dylan dice che il nuovo stadio sia “progettato come un tempio sacrificale”. La distruzione e ricostruzione di templi è una costante nella storia israelitica.
  4. A proposito di sacrifici: i cristiani hanno sempre esagerato l’importanza del sacrificio nella religione ebraica. Quindi anche i miti del deicidio (da parte degli “ammazzacristo”) e dell’uso del sangue di bambini cristiani nelle cerimonie religiosi ebraiche, miti che erano la causa di tanti pogromi nel medioevo. Anche Bradd sacrifica giovani cristiani sulla stella di Davide.
  5. Nella mente paranoica degli antisemiti, l’influsso degli ebrei non ha limiti e si potrebbe vedere dappertutto, ma si nasconde dietro un codice incomprensibile ai non addetti. Nell’episodio, sia il nuovo stadio che la nuova autostrada costruita dal giovane William hanno la forma esagonale. Il due triangoli della stella di Davide formano un esagono al loro interno. Più volte nell’episodio, vediamo scene notturne della città, nelle quali sono accentuati i tanti tetti triangolari. I triangoli sono gli elementi di cui è fatta la stella di Davide. “Sono dappertutto!”, come gli illuminati, i massoni, i gesuiti e via discorrendo.
  6. Nell’episodio, Satana somiglia al dio ebraico: ammonisce il giovane Potter di non usare il suo nome, e fa un patto con gli uomini, cioè un testamento.
  7. Inoltre, il diavolo insiste sulla sua “libbra di carne”, come Shylock nel Mercante di Venezia.
  8. Bradd dice che gli accordi con il diavolo “non sono stati rispettati e i demoni hanno esiliato me e il resto della squadra in un limbo senza nome”. Nell’antigiudaismo cristiano, si interpretava la diaspora ebraica come castigo divino per la disubbidienza degli ebrei.

 

Vista questa lista, c’è da chiedersi se c’è ancora da chiedersi se questo episodio è antisemitico. Secondo me, è un fenomeno analogo all’ “antirazzismo razzista” che si vede in episodi come “Maledizione Nera.” Nonostante le intenzioni chiaramente progressiste, i vecchi fumetti DD riproducono talvolta ideologie reazionarie. Crescendo in un paese cattolico e postfascista, è difficile non contaminarsi con certe idee che permangono nell’aria come l’amianto. L’importante è riconoscerle, perché questo può già minimizzare il loro effetto. La nostra vigilanza antifascista deve essere costante e fondata su una vera critica dell’ideologia. Purtroppo, in Italia sembra dominare un antifascismo superficiale e folcloristico, per cui ci troviamo nell’assurda situazione che è difficile, a volte impossibile, partecipare alle manifestazioni de 25 Aprile mostrando la stella di Davide.

 

Alla fine, vorrei parlare ancora dello sport. Nella nostra società ha la funzione descritta da Brennan, cioè di un oppio del popolo. C’è chi dice che il tifo fa parte della cultura proletaria, ma questo è già un problema: chi vuole costruire una società senza classi non può glorificare una cultura che dipende completamente dal sistema capitalista. Inoltre, lo sport come lo conosciamo è l’espressione più pura di valori borghesi: bisogna sempre vincere, essere migliore di qualcun altro. Le classifiche sono molto importanti, come le classi nella società. Bisogna evitare la propria relegazione ad una posizione meno bene pagata e rispettata: in tedesco si chiama “Klassenerhalt”, ovvero mantenimento della propria classe.

Non è sempre stato così. Ci fu anche il movimento dello sport proletario. Questo movimento internazionale aveva scopi ben diversi: la sanità dei proletari, la loro preparazione alla lotta di classe e soprattutto l’espressione concreta di valori come la solidarietà, la cooperazione e l’internazionalismo. I tornei dello sport proletario non avevano lo scopo di individuare un campione, ma di formare una comunità. Tutto questo non è un fantasma idealista: ci furono tre olimpiadi proletarie (Francoforte 1925, Vienna 1931, Anversa 1937), anche invernali. Tre mila atleti provenienti da dodici paesi parteciparono ai giochi di Francoforte, davanti ad un pubblico complessivo di 450 mila spettatori e la partecipazione attiva di circa 100 mila atleti alle attività aperte (lo sport proletario era concepito come un’attività, non uno spettacolo). I giochi a Vienna erano ancora più grandi, ma quelli di Anversa non raggiunsero le stesse dimensioni per lo stesso motivo per cui questo fenomeno manca nella storia del movimento proletario italiano: la vittoria del fascismo.

E con questo siamo tornati all’inizio: la relazione tra lo sport e il fascismo. Ci sono ultrà che portano la lotta antifascista nelle curve, ma secondo me si può anche lasciare lo sport borghese alla plebe fascista, creando invece associazioni sportive alternative.

 

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DD N. 366: “Il giorno della famiglia”. Phony beatlemania has bitten the dust.

Da punk, è naturale (non dico d’obbligo, perché di regole ce ne infischiamo) odiare i Beatles, e fu un gesto di liberazione quando the Clash dichiararono la morte della beatlemania decenni fa. E mentre quel fenomeno era già allora malsano e nevrotico, al giorno di oggi la necrofilia dei fans è un orrore degno non solo del manicomio, ma addirittura di Dylan Dog.

Qui, un gruppo di quattro giovani adulti ruba cadaveri e li veste appositamente per mettere in scena una versione macabra della cover di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. Scelgono l’abbigliamento sui mercati di pulci, probabilmente a Notting Hill o Camden. L’ossessione per la robaccia di altri tempi è stata descritta bene da Simon Reynolds in “Retromania”, e l’aspetto più rimarcabile di quei mercati è che lì non si trovano neppure articoli veramente vecchi, ma soprattutto roba fatta appositamente per sembrare vecchia. Sono frequentati da hipster giapponesi, e vedendoli mi chiesi prima: “Ma che diavolo fate qui, è tutto fasullo!”, ma la domanda si basava su una supposizione erronea: Credevo che i turisti cercassero “the real deal”, ma infatti uno dei pregi della cultura pop giapponese è che non crede nell’autenticità. Non come i tizi in questo episodio, la cui mania di rianimare una cultura morta è davvero mostruosa.

 

Oltre a quello dei Beatles, i quattro maniaci celebrano il culto della Manson Family, la setta fondata da Charles Manson che alla fine degli anni ’60 compì vari omicidi. Infatti, anche questo albo parla della famiglia, uno dei incubi preferiti di Dylan Dog. Uno dei membri della “Famiglia” è Cesare, il servo di Arthur Gill, il quale è il committente per le esumazioni illegali del gruppo. Il suo scopo è di riunificare la sua famiglia, un’istituzione che gli sta a cuore: dice a Dylan che “se non conosce la sua famiglia, è come se non conoscesse sé stesso! […] La famiglia, una vera famiglia, è tutto. Non abbiamo altro, nessuno di noi, è quello che ci rende ciò che siamo. Rinnegarla è una bestemmia infame… un insulto ancestrale!” Naturalmente, Dylan non è d’accordo con quelle balle reazionarie: “La mia famiglia sono i miei amici e le persone a cui voglio bene! […] Io so perfettamente chi sono. Il sangue di mio padre non c’entra.” È una delle battute per le quali non si può che volere bene a Dylan. La posizione degli autori invece potrebbe essere ambigua. Ecco il ritratto di famiglia di Arthur Gill: “Francis Montague era mio padre, nato anche lui qui, nella storica residenza di famiglia… I Montague, forse Lei lo saprà, sono stati tra i grandi amministratori coloniali dell’impero e l’omonima compagnia commerciale rimase in vita fino ai primi anni del dopoguerra, poi fallì nel 1950. Semplicemente, credo che mio padre non sia riuscito ad adattarsi ai cambiamenti del dopoguerra. [Sua moglie era una] donna energetica e molto colta, cosa non così diffusa allora. Il suo più grande dispiacere fu di non riuscire ad avere figli. E questo ci porta a un terzo personaggio in questa storia scontata… Jane Gill, una delle cameriere di casa Montague, giovane, ignorante e attraente. Mia madre naturale. […] Mio padre […] non poté riconoscermi legalmente. Mi venne però permesso di rimanere in questa casa, assieme a mia madre. A volerlo fu soprattutto la Signora Montague. Ma non si trattò certo di un gesto di generosità [si vede come la donna picchia il bambino] Quando mio padre fallì, dovemmo abbandonare la villa. Mia madre ovviamente voleva portarmi con sé, ma la Signora Montague corruppe i giudici e gli assistenti sociali e fece in maniera che io fossi affidato a un orfanotrofio di cui non le rivelarono la località… La mamma non resse a quel colpo. [Si impiccò]”. Questo racconto si basa soprattutto su un mito misogino ben noto: la Montague è una donna infeconda, educata, fredda e potente, cioè in grado di scappare dalla prigione assegnatale dalla società patriarcale. Per questo fa paura.

Dall’altra parte, il racconto può essere letto come una critica della famiglia borghese, basata sullo sfruttamento, l’ipocrisia, la violenza e il potere assoluto del padre. Quest’ultimo crollò verso la metà del secolo scorso. Il suffragio universale fu introdotto in Gran Bretagna nel 1928 e nel 1947 in Italia. Quindi si può dire in molti sensi che nel 1950 il padre fallì: il suo potere, la sua “omonima compagnia” (la famiglia è sempre stata anche un’impresa) e la sua famiglia.

Ciononostante, dietro questa critica della famiglia borghese potrebbe nascondersi un’apologia della Famiglia: si sente che Arthur ama molto “la mamma” (cioè la donna debole), e forse ad essere criticata è solo la famiglia nell’alta borghesia decadente. La Famiglia è buona, ma individui scellerati abusano l’istituzione. La Famiglia della piccola borghesia invece è naturale e sana. Similmente, i piccoli borghesi credono fervidamente nello Stato pur bestemmiando continuamente i politici corrotti, e nel capitalismo anche se inveiscono contro manager avari. Non criticano il potere, ma solo le sue manifestazioni deboli. In realtà, desiderano il potere assoluto, ovvero la dittatura fascista nella quale il duce / padre tiene in regola tutte le sue pecorelle.

Allora, è questa la posizione di Secchi? Non lo so, ma è chiaro che dalla bocca di Gill esce il cattivo odore della misoginia del vecchio DD anche esso morto (la famiglia Montague somiglia molto a quella in “Dal profondo”). Anche Dylan è perplesso: “Non so perché per Lei fosse così importante riposare con una famiglia che Le ha dato soltanto sofferenze, Signor Gill… Ma ha avuto quello che desiderava.” E con questo esce dalla tomba in cui ha luogo la macabra riunione dei Montague / Gill, gli altri fab four nell’episodio.

 

Intertestualità

Data la mia posizione sulla beatlemania, non mi va di ripescare tutte le allusioni alle loro opere e i personaggi sulla cover di Stg. Pepper’s lonely hearts club band. London calling, we ain’t got no high / Except for the one with the yellowy eye.

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DD N. 365: “Cronodramma”. Ma il tempo non si inganna.

Ci sono molti episodi classici della serie che parlano del tempo: “Altroquando”, “Ucronìa”, dd365-001“I cavalieri del tempo” ecc. Avendo letto “Cronodramma”, la lode di Recchioni nella prefazione per l’autore, Carlo Ambrosini, sembra eufemistica: “Una storia strana, una “delle sue””. Tautologie come queste sono un segno sicuro che una persona sta cercando di dire qualcosa di lusinghiero senza saperne manco una. La parola “idiota” deriva da “idios”, che in greco antico significa “proprio”. E anche le “suggestioni di […] fisica quantistica [e] psicologia junghiana” se le è inventato Recchioni.

L’episodio comincia e finisce con citazioni da un libro fantasy fittizio che contengono più balle dello Smaland: “L’idea del Tempo che gli uomini si sono costruiti è un’inespugnabile fortezza nella quale si sono rinchiusi […] ma la fortezza è assediata: uno sterminato esercito preme alle sue porte e tiene gli uomini in apprensione generando le loro paure […] Così, quando gli uomini capirono che il Tempo […] era solo un un’illusione [sic], posero il loro spirito fuori dal tempo. I bastioni e le mura della fortezza sbriciolarono e svanirono come polvere al vento e allora si accorsero [Chi? I bastioni e le mura?] che non c’era nessun esercito ad assediarli […]” Queste stronzate sono un ottimo esempio per la falsa soluzione della relazione dialettica tra il mito e l’illuminismo: (i miti erano il primo passo verso la conoscenza, e la scienza, progredendo, rischia di diventare mitologia): il brano citato ci consiglia di andare indietro fino allo stato pre-mitologico smettendo di farci una ragione di quello che vediamo. Stare fuori del tempo significa stare in un presente eterno senza storia e futuro, come le bestie. Un’asinità. “Aida Adams” vuole superare il tempo, ma stronzate del genere mi annoiano e non servono nemmeno ad ingannare il tempo.

E in quanto alla psicologia junghiana: trovate il mio giudizio molto negativo su di essa nella mia analisi de “L’uomo dei tuoi sogni”, e basti ricordare che Jung era lo psichiatra preferito dei nazisti.

Per motivi sconosciuti, più volte nell’episodio vediamo ebrei ortodossi. Ma forse questo non ha alcun significato e riflette soltanto il fatto che la Gran Bretagna ha la maggiore comunità ebraica d’Europa, e a Londra c’è persino una lega ebraica di calcio amatoriale, la Maccabi Southern Football League. Comunque, l’immagine dell’ebreo ortodosso è uno stereotipo e la vasta maggioranza degli ebrei non segue questa interpretazione della loro religione, se sono credenti. Non tutti lo sono. E questo vale anche per “i mussulmani”. Va bene che i responsabili della serie hanno deciso di renderla meno “bianca”. Ma non tutte le persone provenienti da paesi mussulmani sono credenti. E non tutte le donne che credono in quella religione portano il velo. Tra le mie studentesse ci sono molte che si identificano come mussulmane ma che non lo portano, che hanno un fidanzato eccetera. Per questo, non credo che Rania sia una buona rappresentante di quel gruppo. Ma come l’ebreo ortodosso, la donna con il velo è uno stereotipo facilmente riconoscibile, e ci sono molti che lo usano per esprimere la loro liberalità, come anche durante le proteste dopo la elezione di Trump. Ma esprimendo questa liberalità, danno il loro sostegno ad una usanza reazionaria come il velo e abbandonano le persone che sono identificate come mussulmani da razzisti, ma che interpretano quella religione in un altro modo, o che se ne infischiano. Inoltre, in questo episodio, il modo in cui il velo di Rania è disegnato la fa somigliare assurdamente ad un’astronauta.

Sto divagando. Ma mi sembra giustificato perché anche l’episodio è poco coerente. Funziona come un incubo, che non segue una progressione logica ma nel quale si susseguono delle immagini che sono comunque legate tra loro.

Per esempio, i genitori di Milky, la bambina rapita nel 1991, erano “biologi impiegati presso una multinazionale cosmetica”. Quando Dylan sogna Milky, questa lo dirige verso il posto di lavoro dei suoi genitori: una macelleria in un mercato. Questo mercato concreto è un simbolo per il mercato nel quale opera la multinazionale, e la macelleria rappresenta il fatto che l’industria cosmetica ha fatto uso di sperimenti sugli animali.

Inoltre, nel fatto che i genitori stavano sviluppando una molecola sintetica in grado di rallentare l’invecchiamento delle cellule ricompare l’idea del tempo che è centrale per l’episodio. Il tempo è contenuto anche nella relazione tra genitori e figlie sulla quale il narrativo punta: genitori e figli appartengono a due generazioni, e il termine generazione è anche un’unità per misurare il tempo.

Intertestualità

E a proposito del tempo: è il momento di finire questa analisi cominciata malvolentieri con l’elenco delle citazioni. Sulla copertina si cita la famosa scena dell’orologio dal film

Preferisco l’ascensore! con Harold Lloyd (1923) nonché una maschera di carnevale, che in Germania viene anche chiamato “la quinta stagione” (ecco di nuovo l’idea del tempo). Sullo sfondo c’è la testa di una statua greca o romana che forse dovrebbe essere Cronos, il quale però di solito viene rappresentato con una barba. Sempre sulla copertina, l’architettura delle case somiglia a EUR, e mi sembra di riconoscere anche l’impianto industriale sullo sfondo, ma non so nominarlo. Sulle prime pagine, si citano rilievi persiani come il Faravahar (un’aquila con la testa umana, simbolo per la religione zoroastrica) e assire, come il Lamassu, ovvero bue con la testa umana. Più tardi nell’episodio, vedremo corpi umani con teste di animali. Un altro esempio della coesione di questo episodio poco coerente (sono termini linguistici: si parla di coesione se in un testo vengono ripetute certe parole o parole con un significato simile, mentre il termine coerenza denota la struttura logica di un testo).

 

 

 

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DD N. 364: “Gli anni selvaggi”. Si muore anche nelle fabbricche dell’industria culturale.

It’s fast rough factory trade
No expense accounts, or lunch discounts
Or hypeing up the charts
The band went in ‘n’ knocked ‘em dead in two minutes and fifty-nine

No slimey deals, with smarmy eels, in Hitsville UK

(The Clash: Hitsville UK)

 

Questo albo è così pieno di citazioni culturali che sembra quasi un albo Panini. Sono un avido collezionista, ma anche se ho l’ambizione di complettare l’albo, “shooting fish in a barrell” non è così divertente come andare a pesca.

001Peraltro, le citazioni non sono neanche l’aspetto più interessante dell’albo (ca differenza  di “Cagliostro!”), e nonostante il titolo la storia non è solo introspettiva come tanti albi in questo giubileo dylaniato. Parla dei morti sul lavoro nelle fabbriche della cultura industriale. Come tutte le industrie, questa si appropria il lavoro altrui per trasformare il prodotto in una merce che si vende a profitto (“I Bloody Hell riuscivano a trasformare i sentimenti negativi in un prodotto vendibile, la vostra musica. Per noi era un bene prezioso.”) a “quella massa indistinta e sconosciuta di persone che Lei chiama pubblico e noi consumatori”. I consumatori di quasi tutte le merci – in particolar modo quelle non strettamente necessarie per la sopravvivenza – si illudono che queste abbiano un valore inerente che può dare un senso alla loro vita, riempire il vuoto che sentono dentro di sé, redimerli. Si chiama feticcio delle merci. Il termine “feticcio” descrive anche una certa prassi religiosa, e il consumo oggi ha lo steso ruolo che la religione aveva una volta, l’oppio del popolo: “La verità è che tutti noi vogliamo soltanto una cosa: dimenticare. Vogliamo mettere a tacere il senso di colpa, l’infelicità, la voce che ci grida nella testa che la nostra vita è sbagliata, che noi siamo sbagliati… e che non si può tornare indietro, mai. È per questo che ci sono le droghe, l’alcol e gli psicofarmaci. Sono i premi di consolazione che dio ci ha concesso per ritagliarci attimi di oblio!” La vita è sbagliata, noi siamo sbagliati – fortissimo.

In molti settori, i produttori condividono questa credenza falsa, soprattutto nel cosiddetto settore creativo. Certo, la musica incisa su un disco, suonata dal vivo o trasformata in un codice informatico può ANCHE essere arte, ma viene prodotta, distribuita e consumata come merce e neanche il più oscuro label di cassette si può allontanare completamente dalla “macchina”, e in ogni modo riproduce solo una copia amatoriale di essa. La vita è dura per gli operai che lavorano attorno alla macchina: “Ogni giorno sei in tournée, davanti a un pubblico che vuole il massimo. Il corpo non è in grado di reggere quel ritmo forsennato. Inizi a drogarti per andare avanti e poi continui a farlo perché non puoi più smettere.” Molti giovani proletari hanno sognato di diventare Rockstar, ignari che anche così sarebbero comunque rimasti tra i dannati della terra. La macchina ci sfrutta e ci isola: “Tu lo sai cosa significa sentirsi soli in mezzo alla gente, Dylan? Senza nessun vero rapporto umano. Non avere il tempo per guardarsi allo specchio e chiedersi: “È proprio questo, ciò che desideravo?” […] Ian è diventato paranoico, al punto che non esce più di casa. La sua vita sentimentale si è ridotta alle chat sui siti di incontri. […] In molti sono rimasti schiacciati dall’ingranaggio, ribelli o tropppo sensibili per sopravvivere alle regole della macchina… hanno scelto la morte per sfuggirle. Poveri sciocchi. Da morti sono diventati ancora più facili da sfruttare.” Soli e depressi, crediamo di soffrire di problemi personali, che infatti sono sociali.

Trovo il termine “risorse umane” bruttissimo, ma descrive esattamente come la macchina funziona. Per essa, anche gli uomini sono delle cose da sfruttare come anche le risorse naturali. Devasta le persone come devasta il pianeta: “La macchina si prende tutto. E non ti lascia niente… niente che conti davvero, almeno,” e con la sua infinita fame finirà per “divorare il mondo!”

A parte questa critica culturale e psicologica del capitalismo, l’episodio è anche uno di quelli nella serie che sono una parabola sulla economia stessa, che secondo Marx funziona trasformando il lavoro vivo, cioè le attività dei proletari, in lavoro morto, cioè merci e profitto. Per rilanciare la sua carriera, Vince registra “urla di disperazione e agonia” di vittime che tortura fino alla morte, creando “Una musica scritta con il sangue.” Tutta la ricchezza del capitalismo, che a taluni può sembrare bella, è espressione dello sfruttamento, della sofferenza e del dolore altrui.

Intertestualità

Dunque, veniamo al listone delle citazioni. In ordine cronologico:

New Order

Nine Inch Nails

Sisters of Mercy

Johnny Cash

The Gun Club: “Miami”

Mötley Crüe: “Shout at the Devil”

The Garden: The Life and Times of a Paperclip

The Cure: “Boys don’t cry”

Alien Sex Fiend

Depeche Mode

The Fall: “Cerebral Caustic”

Ministry

Einstürzende Neubauten

Slash (citazione grafica)

Dälek

LCD Soundsystem

Walt Whitman: “Attraversai una volta una città popolosa”

“Remember Me” (film, citazione incerta: ci sono vari film con questo titolo generico)

Kurt Cobain (citazione grafica)

Janis Joplin (citazione grafica)

Jimmy Hendrix (citazione grafica)

Lou Reed: “Take a walk on the wild side”

The Clash: “London calling” (citazione grafica)

Joy Division: “Unknown Pleasures”

Guns ‘n’ Roses: “Nightrain”

 

Valutando questa lista, bisogna dire che non rispecchia l’importanza che il Hair Metal ha per la storia: presumiblmente, i Bloody Hell suonano quella musica, e loro e i loro fans si vestono appositamente. A parte l’introduzione, la scena New Wave / Goth / Post Punk non c’entra con la storia, anche se le citazioni le rendono un omaggio dovuto. Però mi sorprende che Roberto Recchioni scrive che questa “seconda anima musicale [dell’episodio] viene […] da Londra [rappresentata da band] come The Smiths o The Cure, ma anche Joy Division e Siouxie and the Banshees.” The Smiths e Joy Division hanno una fortissima identità manchesteriana, mentre The Cure sono del Sussex. La loro musica non rappresenta la metropoli dinamica, ma le periferie semimorte (anche la Berlino-Ovest delle Neubauten era un posto ultra-periferico: un’enclave). E l’influsso del New York punk sull’episodio rimane una promessa nella prefazione.

Nella lista spiccano i tre nomi di artisti contemporanei, che rappresentano una scelta erratica: LCD Soundsystem sono famosi ma dal punto di vista artistico altrettanto irrelevante come The Garden. Solo il cupissimo post-Hip-Hop di Dälek è interessante.

E a proposito di Hip Hop: all’inizio dell’episodio c’è un incontro interessantissimo tra il Goth-boy biondo e delicato e tre B-boys di colore. Loro cercano di parlargli, ma lui inforca la sua bici e scappa alla grande casa dei suoi genitori. Infatti, i ragazzi volevano solo dirgli che aveva perso il protafoglio. Qui si vede non solo l’antirazzismo banale ma simpatico di DD, ma anche il fatto triste che the kids aren’t united. Il pop post-thatcheriano è diviso rigorosamente in reparti che corrispondono a classi sociali e etnità, gruppi che non si parlano più. Anche senza truccarsi, i Goths in genere sono un gruppo spaventosamente bianco, e cultivano sensibilità che sono un privilegio delle classi medio-alte. Molti rapper dall’altra parte fanno l’apologia della esclusione sociale e razzista celebrando il culto del gangster. Non era sempre così: il punk attraeva studenti di Arte e giovani operai arrabbiati. Nonostante il working-class pride degli Skinheads e i gusti costosi dei Mods, la barriera tra le due scene era molto fluida e la combinazione di bianco e nero non era solo un modo di vestirsi per i fans dello Ska.

Il damerino dell’incubo

Parlavamo di ragazzi pallidi e delicati: mi piace che anche in questo episodio, l’apparenza di Dylan non corrisponde alla solita masculinità convenzionale. Dylan è giovanissimo e spesso androgino. Ma sembra che Mari non potesse liberarsi completamente dal look convenzionale, con risultati a volte assurde che combinano una faccia androgina, un corpo magro ma molto largo: sembra lo scheletro di un gigante con la testa di una bambola.

In questo giubileo sono d’obbligo piccole informazioni biografiche. Si scopre che Vince è l’inventore del quinto senso e mezzo: “Se [il tuo presentimento] non è stato abbastanza forte a spingerti a restare, è al massimo un quinto senso e mezzo.” Viene spiegata anche la carriera di Dylan, ma chiudo con un dialogo tra Dylan e Emily, che caratterizza il nostro non-eroe molto bene: “Io non posso essere salvata… ma forse puoi aiutare altre persone…” –  “Non sono un supereroe. Vorrei esserlo… ma soffro di vertigini.” – “Shhh. Fai del tuo meglio… e basterà.”

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Dietmar Dath conferma: Dylan Dog è fantastico.

Poco tempo fa, ho scoperto nella libreria Karl Marx un nuovo volumetto scritto da Dietmar Dath

[Dietmar Dath è un altro simpaticissimo DD. È uno scrittore e saggista tedesco abbastanza giovane il cui tema centrale è la possibilità di altri modi di esistere. È comunista e parzialmente responsabile per la riscoperta di Lenin. È uno scrittore vero perché non si limita a descrivere la realtà o a commentarla, ma formula delle verità che vanno oltre la superficie della nostra esistenza. È dotato di un’intelligenza rara e una vasta erudizione che comprende la cultura pop (canta anche su un albo della band Kammerflimmer Kollektief), la tecnologia e la matematica (ha una laurea in fisica), un motivo per cui non è solo apprezzato dalla sinistra radicale. È redattore presso la Frankfurter Allgemeine Zeitung, il quotidiano conservatore che fa da organo ufficialedella borghesia tedesca che lo apprezza senza amarlo. Una volta, un collega della FAZ disse vedendolo nella menta del giornale: “Ecco il pazzo costruttore di razzi bolscevico”.]

sull’argomento di supereroi e non potevo fare a meno di comprarlo nonostante gli altri impegni paralleli e preesistenti, anche perché si tratta di un piccolo tascabile Reclam

[La casa editrice Reclam pubblica testi classici in piccoli volumetti (9x15cm), di cui ogni liceale tedesco deve comprare almeno uno. Le edizioni di classici tedeschi sono gialli, edizioni bilinguali di classici grechi e latini sono in arancione e rosso è il colore per le edizioni bilinguali di opere in altre lingue moderne. Questo volume fa parte di una nuova serie per quello che chiamerei  saggistica leggera, “100 Seiten” (100 pagine).]

di appena 100 pagine. Più o meno come un fumetto DD, e come avevo sperato, si è rivelato rilevante alla nostra serie.

Dylan Dog non è un eroe e dispone solo di un mezzo superpotere (che bell’ossimoro!), che https://images-na.ssl-images-amazon.com/images/I/415ZxY1uddL._SX334_BO1,204,203,200_.jpgforse non esiste nemmeno. Comunque, condivide con i racconti di supereroi non solo il formato (originale), ma anche da difficoltà di classificarlo: se qualcuno mi chiede a quale genere DD appartiene non posso mai dare una risposta precisa. Benché i racconti di supereroi costituiscano ormai un genere a parte, sono infatti ancora caratterizzati dalla stessa eterogeneità: combinano elementi della fantasy, della fantascienza, dell’orrore nonché della mitologia cristiana e pagana e la cultura canonizzata. Dath mi ha ricordato il termine adatto per questa letteratura, l’iperonimo “il fantastico”. È ormai fuori uso perché i suoi sottogeneri (fantasy, fantascienza, orrore, racconti di supereroi ecc.) si sono sviluppati e differenziati tanto ad oscurare la radice comune: raccontano faccende che esulano dalla esperienza quotidiana (e non necessariamente, come Dath sottolinea, dalle leggi naturali conosciute al tempo della pubblicazione). Infatti, quella differenza dalla quotidianità ci viene ricordata in ogni episodio DD: mentre l’esistenza di Superman è universalmente accettata a Metropolis,  Dylan deve sempre confrontare il fatto che il suo compito non è compatibile con l’esperienza comune. Inoltre, Dath precisa la sua definizione:

 “Il fantastico non è affatto […] quello che non ci è mai stato, quello che non c’è o tantomeno quello che non ci può essere. Se fosse così, bisognerebbe escludere molti elementi [del fantastico] che sono certamente esistiti (cavalieri, alchemici o dinosauri), che possono verificarsi (viaggi interplanetari, almeno del nostro sistema solare) o che potrebbero esistere(esseri più intelligenti di noi che ci odiano).”

Quindi il fantastico è sempre legato alla realtà, e mi sembra che Dylan sia la personificazione di questo legame: dall’una parte cerca di accettare fenomeni che vanno oltre la esperienza normale, dall’altra parte cerca di conciliarli con la realtà.

Gli incubi su cui Dylan indaga possono manifestarsi come invenzioni scientifiche, mostri, spettri, universi paralleli e via discorrendo. “L’indagatore dell’incubo” è il titolo perfetto perché ci sono pochi limiti alle cose che si possono sognare e i sogni certamente non rispettano limiti di generi letterari. L’incubo corrisponde perfettamente al termine tecnico “fantastico” e Dietmar Dath rifiuta di accettare definizioni convenzionali di generi che dipendono dal soggetto, tipo “La fantascienza tratta di un futuro possibile che dipende da certe invenzioni tecniche, la fantasy tratta di un passato impossibile dato l’andamento dell’evoluzione e della Storia”. Secondo lui, quelle definizioni mostrano “una noncuranza riguardo alla forma nonché le intenzioni e gli effetti estetici ulteriori di quei generi che il dibattito estetico e critico non si permette nei confronti di altri generi. Frasi come “La commedia tratta di torte gettate in faccia e di scambi di persone” o “Nel romanzo storico raffigurano cavalieri o nazisti” sono ridicole.”

Il genere fantastico è un prodotto del romanticismo ottocentesco, e uno dei suoi pionieri fu il poeta Samuel Taylor Coleridge, il quale trovò un nome per l’ostacolo che il pubblico doveva superare per entrare nella finzione. Per altri generi, questa entrata è ostacolata da una mancanza di interesse o di empatia, ma per la lettura di un testo fantastico è necessaria la “suspension of disbelief”, cioè la sospensione della non-credenza. Il termine “disbelief” ha connotazioni religiose, ma mentre la lettura religiosa di un testo religioso richiede la terminazione della non-credenza, quella di un testo fantastico richiede solo che ammettiamo per un tempo determinato la possibilità che quello di cui parla il testo sia reale.

DD funziona così bene perché in ogni episodio lo scettico Dylan deve superare quella soglia esattamente come anche il lettore, un processo a volte molto difficile, per cui è così facile identificarsi con Dylan. Lo sappiamo tutti: Dylan Dog è fantastico.

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Che fine ha fatto il futuro? (IV) – La BR Space Night

“For the night is dark and full of terrors.” Sta per finire un anno veramente buio, e chissà se i vari movimenti regressivi che padroneggiano ci porteranno veramente indietro tanto che il mondo somiglierà quello di Game of Thrones.

Per ricordarvi del fatto che il termine “notte” fa senso solo dalla prospettiva limitata di un singolo corpo celeste e che fra le tante cose nascoste nel cosmo infinito ci potrebbe essere un futuro migliore dedico l’ultimo post del 2016 alla leggendaria “BR Space night”.

Questa è un programma televisivo sulla TV pubblica bavarese (in Germania quasi tutti i 16 Länder dispongono di un’emittente televisiva e di varie radio pubbliche – BR è l’abbreviazione di “Bayerischer Rundfunk”) ideato nel 1994 da due redattori appassionati di fantascienza che cercavano un’alternativa al monoscopio notturno ed ebbero l’idea geniale di trasmettere immagini e filmati (che non costavano nulla alla TV pubblica) da varie agenzie spaziali insieme con una colonna sonora.

Gli anni novanta erano l’epoca dei rave, e molti DJ proiettavano le immagini della Space Night nella chillout area insieme con l’apposita musica elettronica che le completava perfettamente. Questa appropriazione trovò l’approvazione dei due ideatori Georg Scheller e Andreas Bönte, e il DJ Alex Azary li convinse di usare musica elettronica per la colonna sonora. Fu la nascita di un mito e la Space Night era d’obbligo per qualsiasi festa e anche per gli afflitti di insonnia muniti di canne o straight edge. Ma l’uso di musica interessante portava anche ad un problema: costava, e la TV bavarese decise di terminare la trasmissione nel 2013. I fans però protestarono, e nello stesso anno le trasmissioni ricominciarono, con nuove immagini e musica con licenze Creative Commons.

Vi invito di lasciare il pianeta dei morti e di godervi la bellezza e la libertà dello spazio infinito. Alla faccia di padroni e preti.

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