DD N. 387 “Che regni il caos!” Strane coincidenze.

L’ultimo episodio che lessi mi deluse tanto che decisi di dedicare la mia attenzione alla letteratura seria (nonché di usare di più il passato remoto), per cui cominciai a leggere “L’armata dei sonnambuli” dei Wu Ming. Orbene, ho appena finito quel magnifico tomo e immergendomi di nuovo nel mondo di Dylan Dog ho provato una sensazione stranissima: il monologo iniziale di John Ghost è quasi identico con i pensieri del cavaliere d’Yvers, un protagonista del romanzo. Non credo in principî eterni, ma c’è una ragione per cui un aristocratico del tardo ‘700 e un imprenditore del ventunesimo secolo la pensano nello stesso modo. Con le rivoluzioni Francesi e Americani cominciò l’epoca moderna, democratica, illuminata che dura fino ad oggi e che sin dal suo inizio ha avuto i suoi nemici. Dal 1789 sono cambiate tante cose, e la storia non si è svolta affatto come i rivoluzionari e gli illuministi speravano, ma la critica dell’età moderna è sempre rimasta più o meno la stessa nonostante il carnevale di reazionari variopinti che continua a sfilare da allora.

Alcuni reazionari sono indubbiamente assai eruditi, ma Ghost è un uomo di affari, il che forse è la ragione per cui la sua storia dell’universo è particolarmente storta, al di là dell’interpretazione erronea. Certamente “l’Impero Romano […] l’Ancien Régime […] l’Impero Britannico [e] gli Zar” non erano o governavano società in cui “le attività di ricerca e sviluppo [… venivano] declinate in funzione del benessere con lo scopo di far crescere la società sotto il profilo filosofico, morale e spirituale” e tanto meno avevano “dimenticato la forza primordiale della fame” (pp. 10-12). Anzi, le monarchie Francesi e Russe furono travolte appunto a causa della fame che generavano, e gli imperi Romani e Britannici si dissolsero per una moltitudine di cause. Certamente Nerone e Margaret Thatcher non erano i “buonisti liberali” descritti da Ghost.

Comunque, la strategia di Ghost è molto simile a quella del cavaliere ne “L’armata dei sonnambuli” e degli ultrareazionari di tutti i tempi: seminare caos e violenza per fare emergere una élite, nuova o vecchia che sia. Nel romanzo dei Wu Ming, il cavaliere crea un’armata di uomini ipnotizzati (o “magnetizzati”, per usare il termine dell’800) impervi al dolore per terrorizzare i foborghi dei sanculotti e Ghost ha il suo golem-zombi-rocker e nel mondo reale ci sono stati le camicie nere e marroni, le varie organizzazioni clandestini, i branchi di lupi solitari (Ghost: “Vai a ricordare ai cittadini che nel mondo ci sono ancora i Lupi” (p. 14)) ecc., e infine anche la politica interna dell’attuale governo italiano genera violenza nel nome dell’ordine e della “sicurezza”. Povertà per tutti, deprivazione e disperazione per gli uni, paura e armi per gli altri. Mescolare tutto e farlo bollire brevemente ed ecco il pasticciaccio pronto. L’attuale mania per il porto d’armi viene criticato esplicitamente in questo episodio (p.es. p. 96-99), come anche quella delle ronde (pp. 76-81). Peccato che gli editori, come Dylan, agiscono sempre in un modo abbastanza difensivo. Secondo me, avrebbero potuto dare la faccia di Salvini a uno degli stronzi della ronda.

Anche a prescindere da questo aspetto, l’episodio è ben riuscito. È “rapido” e divertente (con la formula vincente di violenza e umorismo) e potrebbe sembrare troppo poco complesso, ma riesce a introdurre il tema di un cataclisma che DD seguirà per il prossimo anno e mi ha veramente incuriosito. È l’Esposizione e speriamo che il materiale tematico si complichi un poco nello Sviluppo per poi tornare con più forza nella Ripresa, per usare un’analogia musicale.

Già, la musica. Recchioni ci ha sfidato di trovare tutte le citazioni musicali nell’albo, che è sempre stato una mia specialità, ma quando mi si dice di farlo, non me la sento più tanto. Quindi mi limito alle citazioni e allusioni ovvi. La prima pagina è una parafrasi variata del racconto della Genesi nella Bibbia. Lo zombi di Ghost si chiama Axel Neil, ma non somiglia tanto a Axl Rose quanto a Slash dei Guns n’ Roses. Cita anche molte delle loro canzoni, e inizia con Sweet Child of Mine (“Dolce figlia mia!”, p. 13). Poi viene Raining Blood degli Slayer (p. 14: “Pioggia di sangue!”), il cui testo è molto adatto al comportamento di Ghost / Neil. “Non sono più il Signor Buone Maniere” (p. 15) è la traduzione di No More Mr. Nice Guy, un’espressione colloquiale usata come titolo tante volte, tra l’altro da Alice Cooper. Anche “L’incubo è tornato!” (p. 15) è un’espressione molto generica, e dubito che si riferisca alla compilation hard trance Thunderdome III – The nightmare is back! (1993 – un vero incubo musicale). Similmente, Overkill (p. 17) probabilmente non è un riferimento alla canzone dei Men at Work, ma piuttosto all’omonimo gruppo Metal o all’albo dei Motorhead. Poi cita T.N.T. degli AC/DC (p. 18) e finisce (credo) la sua playlist con Welcome to the Jungle dei Guns n’ Roses.

Basta così. Alla fine vorrei parlare di un’altra citazione. Con immensa gioia ho visto che nell’ Horror Post, Roberto Recchioni cita Theodor W. Adorno, il filosofo, sociologo, musicologo e compositore che io cerco di citare in ogni articolo e il cui pensiero ispira questo blog (benché lui stesso odiasse il pop). Purtroppo, la compagnia non gli piacerebbe: Cioran era un esistenzialista che nella sua gioventù nutriva simpatie per il fascismo, e C. G. Jung rappresenta la psicoanalisi “germanica”, mentre Adorno era fermamente ferudiano. Orbene, anche il fatto che Adorno compare sull’Horror Post dopo essere citato tante volte su Szock! Sembrerebbe una strana coincidenza. Se fossi vano, attribuirei l’uno all’altro, ma mi sembra più probabile che Recchione abbia cercato “citazioni caos” su internet. La verità è banale.

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DD N. 385: “Perderai la testa.” Un episodio da lobotomizzati.

Bildergebnis für dylan dog perderai la testaHo già perso abbastanza tempo leggendo questo pessimo episodio che vorrei tagliar corto e rismarmiarmi la fatica di elencare tutto quello che lo rende esasperante.

Per dimenticare l’esperienza spiacevole ho subito iniziato a leggere “L’Armata Bildergebnis für l'armata dei sonnambulidei Sonnambuli” dei Wu Ming. Come “Perderai la testa”, il romanzo è ambientato a Parigi e racconta l’effetto della ghigliottina nonché fenomeni paranormali. Ma ognuna delle sue 792 pagine vale mille episodi come questo.

 

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DD N. 384: “La Macchina che non Voleva Morire”. Perché l’automobile e il maschilismo in DD ci annoiano ancora.

Sono ciclista. Uso una bici ogni giorno per muovermi in città, un’altra ogni fine settimana (o quasi) per correre e una terza durante le vacanze per coprire lunghe distanze. Secondo me la bicicletta è la migliore scelta secondo criteri etici, logici, estetici, e, per quanto riguarda la bicicletta da corsa, ontologici. Dato ciò, era poco probabile che mi piacesse un episodio nel quale LA MACCHINA ha un ruolo centrale.

Ma non erano le dichiarazioni d’amore all’automobile che mi annoiavano di più. Del resto, l’episodio parla di una macchina omicida, e infatti le macchine uccidono ogni giorno. Animali, pedoni, ciclisti, gli stessi automobilisti. La macchina è morte per tutto quello che è più debole di lei, e gli esseri umani lo sono per natura. Già, la macchina uccide anche la natura. È la comodità emblematica del capitalismo: promette libertà, autonomia e progresso all’uomo, che paga prima con la sua umanità e alla fine con la sua vita. Però gli autori non sono coscienti di questa dialettica. Nell’episodio, la macchina che uccide è un’eccezione, una malfunzione che va e viene corretta per tornare buona. È la percezione borghese anche per quanto riguarda il capitalismo e le sue crisi. Il capitalismo è buono, e quando non lo è, la politica gli dà una bella iniezione di capitale per farlo ripartire. Dylan Dog, da buon socialdemocratico, si illude che possa esistere una macchina buona, un capitalismo buono, verde e rispettoso dei diritti umani. Comunque, questa percezione ingenua è sempre da preferire a quella fascista, condivisa anche dall’attuale governo italiano che, quando sono in giro macchine omicide, vorrebbe vietare la circolazione di pedoni e trasformare la vita sociale in un grande show di monster trucks. Chi conosce questo blog sa che ora è il tempo per il mio ceterum censeo: per uccidere la macchina che uccide e per salvare l’umanità occorre una rivoluzione.

Ma cosa? Sogno erotico con manecchini senza organi sessuali.

La mia avversione per la macchina ha anche una dimensione culturale. Sono cresciuto in un quartiere di case bifamiliari, piccolo borghese. Ogni domenica, gli uomini aprivano i loro garage e pulivano le loro macchine per ore, dedicando loro più cura, attenzione e amore che alle loro mogli. Vestivano pantaloni molto corti, con canottiere o a torso nudo. In ogni modo, si vedevano le loro tette maschili penzoloni, che contrastavano con i seni delle donne raffigurate sui calendari affissi dentro i garage. La cultura automobilistica è connessa al maschilismo quanto al capitalismo, e anche questo si vede nell’episodio. Già il Horror Club comincia con la famosa citazione di George Best (“Ho speso gran parte dei miei soldi per donne, alcol e automobili…”) in cui le donne vengono ridotte a delle comodità. Durante tutto l’episodio la macchina viene associata al corpo femminile o al sesso eterosessuale (in tedesco, Verkehr significa traffico e Geschlechtsverkehr l’atto sessuale: il traffico dei sessi). Insomma, la macchina è per l’uomo quello che vorrebbe che la donna fosse: bella, eccitante e completamente sommessa alla sua volontà. Di solito si dice che per taluni uomini la macchina sia un surrogato per il loro pene deficiente, ma in realtà è un surrogato per la vagina. Da macchina dà loro allo stesso tempo la sensazione di dominanza e la sicurezza del grembo materno. La puttana e la madre: nell’amore per la macchina si vede tutta la meschinità dei sentimenti patriarcali.

Un incubo maschile

Postscriptum: Anche se il maggiolone di Dylan sembra buffo (come anche l’esperto tedesco), è un prodotto del nazionalsocialismo (come la maggior parte dei tedeschi discende da nazionalsocialisti o complici). Ferdinand Porsche ideò la macchina per il regime, e anziché Käfer (coleottero) fu chiamato Kraft-durch-Freude-Wagen, dopo l’agenzia del regime responsabile per la ricreazione (Kraft durch Freude: Forza tramite Gioia). Il 26 Aprile 1937 aerei tedeschi gettarono circa trenta tonnellate di bombe sulla città spagnola di Guernica, distruggendola completamente e uccidendo tante persone. Pablo Picasso dipinse un quadro che mostra l’orrore di questo crimine. Nell’autunno del 2018, il quadro è stato esposto a Innsbruck. La mostra è stata sponsorizzata da Porsche.

La macchina che uccide è dannatamente viva.

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DD N. 383: “Profondo Nero.” Cupo sì, ma profondo?

Bildergebnis für dylan dog profondo neroNon mi piace giocare. Capisco difficilmente le regole di qualsiasi gioco, e quando credo di averle capito finalmente mi chiedo quale sia la parte divertente. Immagino che sia così anche con il BDSM, e ho avuto gli stessi pensieri e la stessa sensazione leggendo questo episodio. Non sono sempre riuscito né a seguire la trama né a distinguere le tante figure femminili prive di carattere individuale che compaiono e scompaiono all’improvviso e non mi sono impiegato troppo cercando di capire tutto perché come con i giochi e il BDSM, in fondo me ne fregavo.

E ci sono altri motivi per cui questa storia scritta dal grande Dario Argento non mi è piaciuta. Prendiamo la mania per l’aristocrazia inglese in combinazione con una completa ignoranza della materia: il nome “Bowles-Rhys” è assurdo come anche l’architettura del castello, le cui dimensioni peraltro non corrispondono al fatto che il titolo di Barone è quello più basso dell’aristocrazia ereditaria inglese, e viene anche concesso a certi borghesi come Margaret Thatcher. Inoltre, il nome “Chasity” non esiste – semmai “Chastity” (Castità). Il titolo dell’annuncio di Beatrix consiste in solo tre parole ma contiene allo stesso tempo un errore grammaticale e uno semantico. Al verbo “search” manca la desinenza “es” perché è coniugato alla terza persona singolare. Peraltro, “to search” non significa “cercare” ma “perquisire, frugare”:“searches for” sarebbe stato corretto, e “seeks” idiomatico. E poi mi sono chiesto perché gli unici posti realmente esistenti nominati nell’episodio sono Kensington e Chelsea, ovvero i quartieri più famosi di Londra. Ci mancava solo Piccadilly Circus. Ma in fondo non c’è da meravigliarsi se quando un Old Boy come Argento scrive un episodio, esso ricorda il vecchio DD della “Gran Bretagna immaginata” che ho preso in giro tante volte.

Ho confessato la mia ignoranza della cultura BDSM (punitemi, lo merito), ma secondo me l’associazione tra l’aristocrazia e queste pratiche non è storicamente corretta: nonostante il fatto che il Marquis de Sade al quale risalgono le espressioni “sadista” e “masochista” fosse aristocratico, la sua attività coincide con l’ascendenza della borghesia (infatti fu eletto delegato alla Convenzione Nazionale dopo la Rivoluzione Francese), e il sadomasochismo può essere visto come espressione sessuale dell’ideologia borghese secondo la quale ogni ricchezza e ogni piacere devono essere meritati dal lavoro e dalla rinuncia, ovvero esperienze spiacevoli (“No pain, no gain”, “Ohne Fleiß kein Preis” ecc.). Così il piacere e il dolore sono strettamente associati l’uno con l’altro, al punto di essere indistinguibili. L’aristocrazia invece ha sempre cercato di evitare qualsiasi sconforto (come dimostrano nomi di palazzi come “Schifanoia” e “Sansouci”) e ha quindi sviluppato altre perversioni.

Agli errori logici, linguistici e culturali si aggiunge un’ontologia da quattro soldi (l’ultima battuta dell’episodio). L’unica disciplina nella quale la storia non fa brutta figura è l’estetica, grazie ai disegni di Corrado Roi, anche se “lo sguardo espressivo” è un cliché che usa troppe volte.

Fare scrivere un episodio da Dario Argento è già un gesto intertestuale, e vengono citati i suoi film Profondo Rosso (1975) e Inferno (1980), a partire dal film Il codice Da Vinci di Ron Howard (2006) basato sul romanzo di Dan Brown (2003). Si continua con la figura di Laide di Corinto (quarto secolo a.C.) e il quadro di Hans Holbein il Giovane (1498-1593) che la raffigura (1526). Data l’importanza del BDSM per la storia non può mancare un accenno a Mr. Grey da 50 Sfumature di Grigio, cioè il film di Sam Taylor-Johnson (2015) basato sul’omonimo romanzo di E. L. James 2011 – una schifezza che anche Beatrix odia, preferendo Secretary di Steven Shainberg (2002) e in particolar modo il carattere interpretato da James Spader. Il film è basato su un racconto di Mary Gaitskill. Nella sua critica dell’arostocrazia, la Baronessa cita il poeta italiano Giuseppe Parini (1729-99).

Tutto sommato, l’episodio fa allo stesso tempo piacere (grazie ai disegni) e pena, con risultati poco soddisfacenti.

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DD N. 381: “Tripofobia“. Teofobia!

Un tipico episodio del “nuovo“ DD, “Tripofobia“ è bellissimamente disegnato, cupo e in grado di conservare le amate idiosincrasie di Dylan nonostante tutte le innovazioni. È anche fermamente radicato nella tradizione della serie, visto che il farabutto Stephenson non è il primo “idolo della folla“ che scatena una follia omicida.

Ma oltre la tradizionale critica della cultura pop, questo episodio ci mette in guardia da un progetto neo-religioso. Con implicazioni attuali? Comunque, sono contento che Dylan prenda questa posizione, giacché anche lui ha rimpianto l’abbandono di antichi miti in passato, come ora fa Stephenson. Da questa prospettiva anche la fobia di Lydia è molto simpatica: lei vomita quando vede forme che ricordano il suo inconscio degli dei:“La [sua] repulsione per la forma di quegli esseri ti rendeva immune al loro potere ipnotico. Anzi, ho una supposizione, al riguardo… forse il cervello umano primordiale ha sviluppato la tripofobia proprio per difendersi da questi “parassiti dimensionali“… Al giorno d’oggi, questa capacità è sopita in quasi tutti noi!“ (p. 97). Religion makes her sick. Però le auguro una buona terapia, perché non ha niente da temere.

Ma a proposito di religioni e fobie: al giorno di oggi va molto di moda la parola “islamofobia“, una costruzione propagandistica che cerca di fare sparire la grandissima differenza tra razzismo e la critica della religione che è, secondo Marx, il prerequisito per qualsiasi critica. Chiamiamo il razzismo razzismo, e chiamiamo qualsiasi dio porco.

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Passiamo dai porchi ai cani – l’episodio problematizza anche il ruolo di Dylan che dovrebbe interrogarsi perché i suoi fan che gli chiedono un autografo poi seguono Stephenson. Nessuno è innocente, neanche l’indagatore, e l’autocritica è doverosa.

È doveroso anche l’elenco degli accenni intertestuali, e quindi via:

Nello studio di Dylan, a parte quello tradizionale di The Rocky Horror Picture Show, c’è un manifesto di 80 Days of Night, un riferimento al film horror 30 Days of Night di David Slade (2007). Non so se la differenza die titoli sia dovuta ad un errore o al copyright. Inoltre, c’è un riferimento esplicito allo scrittore H. P. Lovecraft, e uno implicito: Conrad King chiede a Dylan: „Hai mai sentito parlare dell’Unaussprechlichen Kulten di Friedrich Wilhelm von Junzt?“ Il libro è un’invenzione di Lovecraft, e ha un titolo molto buffo per chi sa il tedesco. Significa „Culti impronunciabili“, congiugato al dativo, ma la costruzione è grammaticamente sbagliata senza la preposizione “von“ (di) o “von den“ (dei). Ma è stato detto molto spesso che considerando i nomi delle divinità inventate da Lovecraft, il titolo va bene anche se è una traduzione sbagliata da “unspeakable“.

Nella camera di Lydia, c’è un manifesto del film Hiroshima mon amour di Alain Resnais (1959). I gusti di Edith invece sono diversi: a lei piace il gruppo finlandese Apocalyptica (quelli che suonano il metal sui celli), e anche Paradise Lost, un guppo metal inglese. Inoltre, tiene una copia di The devils of Loudun nella sua camera, un romanzo di Aldous Huxley (1952) basato su evenimenti storici. Fate una breve ricerca e capirete perché piace a Edith.

È bello come gli autori hanno dato più carattere a queste protagoniste facendo intravedere le loro preferenze culturali. Anche se un episodio e troppo breve per sviluppare un carattere veramente tondo e credibile, queste due donne sembrano molto più vive, più reali delle bambole nei vecchi albi della serie.

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Orfani: Sam. Madri e puttane, ahimé.

Quando vado in Italia in vacanza, la cultura è più importante per me della spiaggia, e perciò visito tutte le edicole intorno a me per procurarmi nuovi fumetti.

Così conobbi la serie „Orfani“ due anni fa in Valle d’Aosta, e l’albo dalla serie „Nuovo Mondo“ mi piacque abbastanza. Ora sono appena tornato dalla Sicilia con, tra l’altro, „La fine?“ e „Ancora un giorno“ nel bagaglio, curioso di vedere cosa fanno i piccoli.

Ho letto gli albi e scrivo questo articolo ignorando la storia di cui fanno parte, ma non ero troppo confuso, siccome la trama e la struttura di ogni albo sono alquanto semplici. Quindi, invece di confusione, ho provato una lieve noia e a volte un certo disgusto durante la lettura, nonostante un atteggiamento interessato e in fondo positivo nei confronti dei fumetti – emozioni forse non dissimili da quelli provati da parte di persone più anziani per un gruppo di ragazzi.

Noia a causa della monotonia degli effetti speciali e della differenza netta tra i „buoni“ e i „cattivi“, anzi, la cattiva. Ed ecco la causa del disgusto: nonostante tutto, la serie mi pare in fondo misogina. LA cattiva, l’incarnazione del male è una donna potente, un’anomalia che deve essere distrutta. Sì, anche tra gli orfani ci sono femmine forti, ma quelle sono sempre legate a maschi più forti. E per questo la mossa alla fine de „La fine?“, ovvero il rifiuto del potere dalla parte di Sam, non è così bella come pare: invece del potere, Sam sceglie una fantasia infantile nella quale comunque i maschi sono più forti.

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È significante che in entrambi gli albi, una donna potente viene definita una „Puttana!“ e viene uccisa, anche se in „Ancora un giorno“ la situazione non è così triste. Le ragazze non sembrano in genere inferiori ai ragazzi, e Sam sta di sopra a Ringo quando fanno l’amore. Ma devo dire che questa scena mi ha sorpreso un po’: finora avevo creduto che Sam avesse circa dieci anni e Ringo 16, a causa del comportamento immaturo di Sam e la differenza di altezza; ma all’improvviso Sam rivela due seni sotto la maglietta che fino a quel punto non era sembrata gonfiata affatto. Ancora la situazione non mi è del tutto chiara.

E devo confessare che mi sembra lievemente problematico dipingere scene di sesso tra ragazzini. Ma chiaramente, tutta la serie è ideata per i giovani che si godano pure quelle immagini. Per essere precisi, „Orfani: Sam“ corrisponde alla mente di chi è appena entrat@ in pubertà: c’è la ribellione contro i genitori e la volontà di affermare la propria forza, insiema ad una nostalgia per l’infanzia e un moralismo rigido. Tutto questo va bene, ma non per me. Non vorrei leggere i diari dei tredicenni. Mi basta leggere le loro stesure.

Ottima conclusione di un testo, ma proprio come „Orfani: Sam“ aggiungo un epilogo. In un aspetto, la narrazione somiglia al romanzo di fantascienza „Venus siegt“ („Venere vince“) di Dietmar Dath: anche lì c’è una dittatrice contro la quale membri della prossima generazione si ribellano. „Venus siegt“ però è un grande romanzo filosofico e politico che cerca di (fare) capire come un comunismo futuro potrebbe funzionare (parla della relazione tra robot, esseri organici e intelligenze artificiali), riflettendo anche sulla rivoluzione russa. Dovrei impegnarmi a tradurlo. anziché commentare fumetti infantili.

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DD N. 380: “Nessuno è innocente.” Dylan Dog e il dopo voto.

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Torno dopo una lunga assenza dovuta a vari motivi: il mio impegno politico, una lieve noia con la serie e questo blog e i recenti evenimenti politici in Italia che non sono serviti a riaccendere il mio entusiasmo per il paese.
Anche se non tutti hanno votato per l’estrema destra: data la maggioranza stragrande per il governo guidato (di fatto) da quello schieramento politico e l’assenza di qualsiasi alternativa progressiva rilevante sembra legittimo costatare che in Italia, nessuno è innocente.
Scusate, care lettrici e cari lettori – non voglio insultarvi. È quasi impossibile che chi segue qusto blog sia razzista, a meno che non sia allo stesso tempo masochista. E i razzisti masochisti sono quelli che preferisco. Allora diamo un’occhiata a questo volume aquistato ieri alla stazione per € 13,50.
Primo giudizio: certamente non affascinante, ma intrattenente. Un bel giallo con alcuni aspetti rilevanti all’attualità politica. Sì, perché a mio avviso, Gorman rappresenta il nuovo governo il cui spirito viene espresso nella seguente invettiva: “Siete voi gli sconfitti. […] Voi che non meritate quello che avete! L’ispettore in carriera opportunatemente nero, il bravo poliziotto mussulmano! Il detective amico dei mostri… Tutti ridicoli buonisti!” (pp. 87 seg.) Queste poche righe contengono l’arroganza (prima frase) e l’invidia di quelli che si dichiarano “anti setablishment” e invece non sognano altro che raggiungere il potere (seconda frase), il razzismo (terza frase) e l’ignoranza culturale (quarta frase) delle forze nuove, oltre allo zeitgeist autoritario (quinta frase). Questo atteggiamento spiega anche l’odio che Gorman sente per Bloch, che rappresenta “le vecchie istituzioni” troppo umani e troppo poco efficienti come strumenti di oppressione, e certamente non è un caso che tra le sue vittime ci siano anche Groucho e Jenkins: la devianza culturale del primo, l’assoluta innocenza del secondo e la totale inutilità di entrambi non possono che provocare i ribelli autoritari motivati da conformismo, invidia e odio.
Comunque, anche se questo fulmine illumina brevemente lo status quo politico in Italia, non lasciamoci accecare. Per quanto riguarda le cause e le consequenze della situazione, il fumetto brancola nel buio. Categorie metafisiche come “il male” non aiuteranno né a risolverla, né a capire perché le categorie elencate da Gorman, ovvero le forze non dico progressive, ma almeno democratiche, siano “gli sconfitti”.
E non dimentichiamo che lo status quo ante non era nemmeno il paradiso terrestre.

Intertestualità

Dylan suppone che il romanzo Il nome della rosa di Umberto Eco (1980) abbia fornito a Gorman l’idea di avvelenare Carpenter tramite l’inchiostro, ma Carpenter risponde con una bellissima battuta: “Non sopravvalutarlo, Dylan… Un tipo come lui, ha visto giusto il film.” E a proposito, Dylan e Carpenter condividono la passione per la serie televisiva Attenti a quei due! (1971-72) con Roger Moore.

 

Dunque, è stato bello leggere questo episodio anziché brutte notizie dall’Italia, dove mi recherò tra poco in vacanza per convincermi o illudermi che nonostante tutto, sia ancora il “bel paese.” Intanto nutro il mio entusiasmo decrescente con Dylan Dog, il ciclismo e tante opere artistiche prodotte nel passato. Quasi avrei detto “nell’età dell’innocenza”.

 

Titoli di coda: “Two pills in the pocket” dei Calibro 35, dall’albo “Traditori di tutti”.

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