Maxi DD N. 2: “Complesso di colpa”. L’edilizia e la rivoluzione.

A prima vista, questa storia mi sembrava un racconto poliziesco assai banale – Dylan alla caccia di un pazzo dinamitardo. Una storia prevedibile e noiosa.

Però è anche un altro esempio della differenza tra coerenza e coesione, della quale ho già parlato. La storia lineare, cioè il susseguirsi di eventi in un ordine (crono-)logico è coerente ma banale. Allo stesso tempo ci sono riferimenti ripetuti e non motivati dalla storia a certi concetti che danno al racconto un alto grado di coesione e lo rendono molto più interessante del caso da risolvere.

 

Case / strutture

Perry il dinamitardo fa saltare in aria delle case, quindi se ne parla molto e anche i disegni fanno molta attenzione all’architettura. Le case che Perry distrugge sono infestate – vi sono presenti le memorie di atti di violenza commessi al loro interno nel passato. Nell’ex fabbrica di mattoni compaiono gli spettri degli operai minorili sfruttati nell’800, la cui storia viene raccontata su ben quattro pagine, che ho apprezzato molto. Poi ci sono una villa infestata dagli spettri dei cani su cui un anatomista esperimentò nell’800 e una palazzina costruita da una ditta implicata con la mafia che usò il cemento della costruzione per far sparire i corpi di persone assassinate i cui spettri infestano l’edificio. La lezione da trarne è evidentemente che le case non sono inseparabili dalla loro storia. Tutte le case che esplodono nell’episodio sono di interesse architettonico, ma c’è da chiedersi se data la loro storia possiamo veramente considerarle belle. Secondo me l’episodio ci insegna che non esistono oggetti “neutrali”. Ma allora Perry ha ragione a distruggere le case? Molti edifici, soprattutto quelli “grandi” e “belli” hanno una storia aperta o nascosta di violenza, sfruttamento e sofferenza per cui non dovremmo ammirarli. Ma allo stesso tempo la loro distruzione fa sparire gli spettri, cioè la memoria delle vittime: questo è lo scopo di Perry. Io sono del parere dylanesco che bisogna convivere con gli spettri, cercando di dare loro pace. Pensiamo agli operai morti sui cantieri, alle guerre le cui prede vennero usate per costruire grandi palazzi, alle vittime della Shoah che furono cacciate dalle case delle nostre città.

A volte, la parola “struttura” può essere usata come sinonimo di casa. Secondo me, le strutture di cui abbiamo parlato finora sono una metafora per un’altra struttura – quella sociale. Anche la nostra società è costruita su un fondamento di violenza e sfruttamento, e non bisogna essere un medium per vedere gli spettri che la infestano. Anche per quanto riguarda questa struttura dobbiamo chiederci: se non è giusto abitarci tranquillamente, cosa dobbiamo farcene? Ci sono diverse risposte a questa domanda, di cui due vengono illustrate tramite metafore nel racconto. La prima è di distruggerla perché è cattiva, come fa Perry. Questa è la risposta anarchica (e infatti gli anarchici hanno una lunga storia d’amore con la dinamite), ma questa risposta provoca la domanda cosa faremo del cumulo di macerie. Gli anarchici sanno costruire bellissimi castles in the sky, ma molti di loro non sono molto bravi a mischiare il cemento. A proposito: nell’episodio sono presenti degli anarchici che occupano delle case (ancora più coesione narrativa…), ma infatti loro si comportano come socialdemocratici. Vogliono occupare le case e usarle per i loro scopi, come la socialdemocrazia voleva prendere controllo dello Stato e gestirlo nell’interesse del proletariato. Ma facendo questo, si producono nuovi spettri.

Come al solito, e in corrispondenza con la Storia finora, l’episodio non contiene la soluzione comunista al problema: smantellare la struttura dannata e costruire qualcosa di nuovo, un’abitazione degna ai vivi e ai morti.

 

Distruzione / costruzione

Questo ci porta al prossimo concetto che dà coesione al racconto: prima della distruzione di ogni casa, Perry manda a Dylan un puzzle con la sua fotografia: Dylan deve costruire una casa da un mucchio di tessere prima che Perry riduca una casa a un mucchio di macerie.

 

Tempo

Inoltre, nell’episodio si parla continuamente del tempo (la ripetizione della frase “minuto più, minuto meno” ecc.), di orologi, sveglie e timer. Forse questo non è un caso: di solito, concepiamo il tempo come un fenomeno lineare, ma l’episodio parla della presenza del passato nel presente, quindi non differenzia tra diversi tempi. Così, i riferimenti a minuti, orologi ecc. non servono a indicare un tempo preciso (tranne il timer), ma a richiamare la nostra attenzione al fenomeno del tempo in generale. Infatti, molti episodi della serie parlano del tempo (Altroquando, I cavalieri del tempo, Ucronia ecc.), e per questo mi sorprende che il titolo non ci faccia riferimento.

Co-occorrenza e causalità

Questo è uno degli episodi in cui Dylan ha un vero e proprio antagonista, un contrario identico. C’è la storia dei puzzle e delle esplosioni, e inoltre Perry (è probabilmente una coincidenza, ma una bella, che Perry suona come perro, la parola spagnola per cane, cioè dog) è un “sensitivo” corrispondente al quinto senso e mezzo di Dylan. Entrambi sono mediatori tra il mondo degli spettri e quello materiale. Entrambi si sentono colpevoli per gli effetti che gli spettri hanno sui vivi. Perry però è assolutamente convinto che lui e Dylan siano anche responsabili le morti e le sventure di innocenti. Motiva la sua teoria con “la fisica moderna [secondo la quale] nel caso di fenomeni prodotti da quanti infinitesimali di energia l’osservatore influenza l’evento”. A parte il fatto che non è prevedibile il modo in cui l’osservatore influenza l’evento, non è necessaria una spiegazione (pseudo-) scientifica per sottolineare che non ci sono istanze neutrali. Ma mentre Perry nel suo azionismo cieco vuole radere al suolo le case infestate e sacrificare se stesso e Dylan, quest’ultimo come al solito dimostra un atteggiamento ragionevole nei confronti dell’irrazionale: “Mi lascio sempre travolgere. Vivo gli incubi dei miei clienti e quando non riesco a risolverli vado a fondo con loro…”. È per questo che Dylan è sempre un po’ giù.

Pubblicato in Episodi analizzati | Lascia un commento

DD N. 369: “Graphic Horror Novel.” De mortuis nihil nisi bonum, per favore.

Senza l’introduzione di Roberto Recchioni, questo episodio sarebbe soltanto noioso e ridicolo, ma a causa delle aspettative create è una grandissima delusione.

L’intera storia si basa sulla vecchissima storia del patto con il diavolo e cerca invano di intrattenere con lo stereotipo dell’artista vano. Non si può paragonare all’ottimo “Il paese delle ombre colorate”, che parla anch’esso della relazione tra un autore di fumetti, le sue creazioni e la realtà.

 

Inoltre, c’è una cosa che mi ha infastidito molto: il protagonista Darren Farmer Woolrich è il sosia di David Foster Wallace, uno dei più grandi autori degli ultimi decenni. Ma il tipo nel fumetto è il contrario esatto di Wallace: vano, arrogante e superficiale. David Foster Wallace invece era intelligentissimo, dottissimo e allo stesso tempo molto sensibile e modesto. Guardate le interviste a lui che ci sono su youtube, e vedrete un uomo che stenta a capire il mondo e che non nasconde le sue incertezze. Un uomo per il quale la frase “Non so se mi spiego” non è né un banale gesto retorico né condiscendente, ma espressione di un sincero interesse per i bisogni dell’interlocutore. Per giunta, il capolavoro di Wallace (“Infinite Jest”) descrive un “intrattenimento” così potente che chi lo guarda muore o diventa pazzo. In “Graphic Horror Novel”, gli omicidi ispirati dal fumetto potrebbero essere intesi come un’eco di “Infinite Jest”, ma come tutto in questo fumetto è un calco talmente brutto ad essere offensivo. E a proposito: oltre alle incertezze di cui quell’uomo intelligentissimo non si vergognava, David Foster Wallace soffriva di depressioni a causa delle quali si uccise nel 2008. E se Darren Farmer Woolrich viene descritto non solo come arrogante e vano, ma anche privo di talento, e si suicide, l’insulto della memoria di David Foster Wallace diventa insopportabile. Nota bene: sono assolutamente d’accordo con il sentimento espresso nell’episodio che “gli idoli vanno uccisi”. Qui però non vediamo l’uccisione di un idolo, ma la profanazione del cadavere di una persona che merita un profondo rispetto.

 

Infatti, il nome di Wallace viene fatto nell’episodio, oltre a quello di Brett Easton Ellis. Anch’io trovo questo fenomeno degli autori che usano la versione più lunga del loro nome un po’ strano, e il fumetto lo prende in giro inventando un rivale di Woolrich, un tale Nathaniel Vegas Rins, il cui nome è senz’altro una parodia di Jonathan Safran Foer, anche lui uno scrittore contemporaneo. Un’altra citazione umoristica è il nome “George R. R. Muradov”, ispirato da George R. R. Martin, il creatore di Game of Thrones. Muradov viene ucciso seduto su una sedia anziché un trono di ferro ed è il fondatore della “Parrot Books”, ispirata dalla Penguin Books, una delle più prestigiose case editrici britanniche. A proposito di libri: Dylan va a comprare quelli di Woolrich da Waterstone’s, una grande catena di librerie. Allora gli autori sembrano conoscere la cultura britannica. Ma è strano che Dylan entra nel negozio di Waterstone’s, ma una volta dentro, si legge l’insegna Foyles for books. Foyles è un’altra grande catena. Oltre a questo errore nella continuity, c’è il fatto che lo slogan non viene sempre scritto in modo corretto: a p. 29 diventa “Foyles for book”. I manifesti all’interno della libreria (Foyles o Waterstones che sia) fanno vedere quanto va di moda Harry Potter. Altre citazioni popculturali: Superman e Braccio di Ferro.

 

Veniamo dalla parte che usavo chiamare “La Gran Bretagna immaginata”. È vero che a Cheltenham c’è un grande festival letterario (organizzato dal quotidiano The Times), ma non vi è nessun “lago artificiale Witcomb”. Del resto, l’evento per il quale la città è più famosa è la corsa dei cavalli.

E infine, qualche parola sul mio “pet hate”, Rania. Anche donne velate dimostrano a volte tanta civetteria come la Sergente in questo episodio, ma sicuramente non andrebbero al bar a “chiedere dell’acqua per i fiori e qualcosa di forte per me” (p. 56), tornando con una coppetta da cocktail anziché una tazza di caffè.

Nelle società occidentali ci sono vari atteggiamenti verso l’islam: a destra, c’è l’odio razzista dei mussulmani, ma anche l’ammirazione per le norme patriarcali di quella religione, mentre a sinistra, ci si sforza ad ignorare il carattere reazionario di quella fede. Nel bel mezzo, c’è la beata ignoranza di cui questo episodio è un esempio. Solo pochi praticano una critica della religione (la quale secondo Marx è la base di ogni critica) insieme ad una critica del razzismo. Vediamo quale atteggiamento dimostrerà il prossimo episodio. Intanto non vedo l’ora che Rania vada in pensione.

 

Pubblicato in Episodi analizzati | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

DD N. 367: “La ninna nanna dell’ultima notte”. Una banalissima cautionary tale.

La prefazione di Roberto Recchioni è promettente perché accenna alla relazione a volte difficile tra genitori e chi non  ha figli e critica adulti che “si riempiono la bocca di frasi rettoriche quando di mezzo ci sono i più piccoli”. Inoltre, i disegni di Corrado Roi sono bellissimi. Ma ciononostante, “La ninna nanna dell’ultima notte” è un episodio decisamente mediocre, una miscela insipida di cliché tipici della serie: genitori antipatici, bambini inquietanti, la superiorità dell’immaginazione e la Santa: Rania si rivela (pun absolutely intended) sempre di più come figura mariana, cioè clemente e casta con il capo coperto (la sinistra italiana ha un feticcio per donne velate che è espressione del suo cattolicesimo sublimato). Inoltre, un giocatore a scacchi vecchio e solitario (gli scacchi sono l’attività preferita da uomini anziani nei film e i fumetti).

Il sogno di ogni maschietto: andare in mona (della Mamma)

L’esodo-rivolta dei bambini narrato nell’episodio combina elementi di Peter Pan e del Pifferaio di Amelino, a parte il romanzo The Midwich Cuckoos di John Wyndham citato (con un errore ortografico) nel Horror Club. Purtroppo, mentre in tutti i racconti nominati il conflitto tra bambini e adulti, cioè tra il potenziale dell’umanità e la società borghese è irrisolvibile, Dylan lo risolve a costo dei bambini, da buon socialdemocratico che è: uccide i terrificanti prodotti dell’immaginazione dei bambini usando la pistola e una spada (due simboli fallici), ristorando il potere degli adulti, e alla fine i piccoli ex ribelli si rifugiano nelle braccia dei genitori.

 

Il vecchio burattinaio Markus condivide la prospettiva controrivoluzionaria espressa dalla storia, e la rende esplicita in uno dei monologhi più esasperanti del nuovo DD: “Le fiabe sono a tutti gli effetto strumenti di selezione genetica. In un tempo lontano, servivano per passare le informazioni utili per la sopravvivenza alle generazioni future… Le tribù che avevano le fiabe più funzionali a questo scopo sopravvivevano e diventavano forti. Le altre… si estinguevano. Nei secoli si sono raffinate, diventando perfetti strumenti di selezione naturale. Ma cosa succede se, per ragioni commerciali, le fiabe vengono alterate al di fuori di questa logica? Se vengono edulcorate e stravolte per renderle prodotti di mero intrattenimento? Succede che uno strumento potentissimo e affidabile diventa qualcosa di diverso. E che porta a effetti imprevedibili! I vostri figli non conoscono più la paura del lupo cattivo, così sono diventati loro il lupo cattivo!” Un cantastorie idealista e postmoderno che sostiene che siano narrativi a creare la realtà. Inoltre, è un sadico secondo il quale gli adulti dovrebbero creare una paura fondamentale nei cuori dei bambini. È un’apologia della violenza psicologica sui minori che caratterizzava l’educazione fino agli anni ’70. Da padre, io non voglio che la paura sia l’emozione più forte che mio figlio senta, ma l’amore, e vorrei insegnargli di capire e di superare le sue paure. Infatti, “Won’t somebody please think of the children?!”

Del resto, la pedagogia della paura ha prodotto anche opere migliori delle Fiabe del Focolare o quelle a cui Markus fa riferimento, per esempio Pierino Porcospino o le cautionary tales inglesi: brevi racconti in rime che parlano di bambini maleducati che vanno a finire male nei modi più assurdi. Visto che “La ninna nanna dell’ultima notte” fa uso di rime (un mezzo stilistico che mi è sempre sembrato ridicolo nella serie) e racconta come alcuni bambini si ribellano contro i genitori e vengono puniti, o almeno spaventati e redenti, lo si potrebbe definire una cautionary tale. Però c’è una grande differenza: la cautionary tale è una manifestazione del famoso senso dell’umorismo britannico. Gli avvenimenti violenti e macabri che narrano servono al diletto dei bambini anziché lo spavento. Così, i piccoli imparano ad apprezzare l’ironia, l’assurdo e la suspense. Sentite alcuni titoli di racconti scritti da Hillaire Belloc, uno dei maestri del genere: “Jim, who ran from his Nurse, and was eaten by a Lion”, “Henry King, who chewed bits of string, and was early cut off in Dreadful Agonies”, “Matilda, who told Lies, and was burned to Death”, “Rebecca, who slammed Doors for fun and Perished Miserably” e via discorrendo. Inoltre, Belloc illustrava i suoi racconti, per cui potrebbero contare come fumetti primitivi.

Nella prefazione alla sua prima collezione, l’autore calma i giovani lettori:

 

And is it true? It is not true.

And if it were it wouldn’t do,

For people such as me and you

Who pretty nearly all day long

Are doing something rather wrong.

Because if things were really so,

You would have perished long ago,

And I would not have lived to write

The noble lines that meet your sight

[…]

 

E adesso, sentiamo la storia di Jim alla quale ho già fatto riferimento. Mio padre me la raccontava, anzi, la declamava con toni e gesti molto drammatici facendomi quasi pisciare addosso – dal ridere.

 

 

There was a boy whose name was Jim;

His friends were very good to him.

They gave him tea, and cakes, and jam,

And slices of deliscious ham,

And chocolate with pink inside,

And little tricycles to ride,

And read him stories through and through,

And even took him to the zoo –

But there it was the dreadful fate

Befell him, which I now relate.

 

You know – at least you ought to know,

For I have often told you so –

That children never are allowed

To leave their nurses in a crowd;

Now this was Jim’s especial foible,

He ran away when he was able,

And on this inauspicious day

He slipped his hand and ran away!

He hadn’t gone a yard when – bang!

With open jaws, the lion sprang,

And hungrily began to eat

The boy: beginning at his feat

Now just imagine how it feels

When first your toes and then your heels,

And then by gradual degrees,

Your shins and ankles, calves and knees,

Are slowly eaten, but by bit.

No wonder Jim detested it!

No wonder that he shouted “Hi!”

The honest keeper heard his cry,

Though very fat he almost ran

To help the little gentleman.

“Ponto!” he ordered as he came

(For Ponto was the lion’s name),

“Ponto!” he cried, with angry frown,

“Let go, Sir! Down, Sir! Put it down!”

 

The lion made a sudden stop,

He let the dainty morsel drop

And slunk reluctant to his cage,

Snarling with disappointed rage

But when he bent him over Jim,

The honest keeper’s eyes were dim.

The lion having reached his head,

The miserable boy was dead!

 

When nurse informed his parents, they

Were more concerned than I can say:-

His mother, as she dried her eyes,

Said, “Well – it gives me no surprise,

He would not do as he was told!”

His father, who was self-controlled,

Bade all the children round attend

To James’ miserable end,

And always keep a-hold of nurse

For fear of finding something worse.

Pubblicato in Episodi analizzati | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

Maxi DD N. 2: “Ho ucciso Jack lo squartatore”. L’autoironia salva Sclavi.

There was a man who told me a story about

A conspiracy.

He told me how it started

And what it meant to me.

Doctors and lawyers and bankers and priests are

Controlled by U.F.O.s

(The Dead Milkmen: “Epic Tales of Adventure”)

 

Questa storia contiene quasi tutti gli elementi tipici delle storie scritte da Sclavi: una madre cattiva, una femme fatale matura e una biondina innocente e inerme, scientifici cattivi e una Grande Cospirazione.

All’inizio, la vecchia zitella Maude Rutherfork racconta a Dylan di una grande cospirazione da parte di “loro” che usano mosche attrezzate con microfoni per spiarci e che sono responsabili sia per la BSE (la storia fu pubblicata nel 1999, vi ricordate l’isteria di allora?) che per la febbre suina e, insomma, per TUTTO. Dylan la crede pazza, ma poi scopre che quasi non aveva esagerato. Alla fine, l’unica cosa sulla quale non vanno d’accordo è che Dylan crede che le forze dell’ordine e la giustizia puniranno i responsabili, mentre la Rutherfork lo corregge: “Vi sbagliate! Oh, certo, qualche pesce piccolo pagherà per tutti, e questo caso, soltanto questo, sarà chiuso… ma la “Grande Cospirazione” continuerà!

La tendenza di credere in teorie di cospirazioni è spiegabile data l’esistenza di GLADIO, della P2 e delle diverse mafie in Italia. Comunque, quelle teorie sono ugualmente ridicole se sono formulate da una vecchia eccentrica, da Dylan o chicchessia. In fondo, le teorie di cospirazioni sono bugie rassicuranti perché suppongono che c’è un gruppo che capisce e che controlla tutto. Inoltre, rendono possibile dare la colpa per le cose brutte che succedono a qualcuno senza interrogare se stessi. Il cantautore Bernd Begemann dice: “e guardiamo sempre film polizieschi / anche se è duro per le vittime / il commissario deve provare che i cattivi non siamo noi”.

Ci sono cospirazioni, ma non c’è Una Cospirazione. Noi siamo controllati, ma lo sono anche “loro”. Anziché una cospirazione, c’è un sistema, il capitalismo, e lo riproduciamo tutti continuamente. Noi siamo responsabili. Ma la buona notizia è che, visto che la riproduzione del capitalismo dipende da noi, possiamo anche superarlo. Il primo passo in quella direzione è chiarirsi le idee su quello che succede, rifiutando le teorie di cospirazioni e uccidendo non “Jack lo squartatore”, ma i miti.

Però Tiziano Sclavi non sembra del tutto convinto di quelle teorie perché le ironizza tramite il carattere della Rutherfork. “Non è vero, ma ci credo”: un atteggiamento molto italiano. Ma fortunatamente in fondo Dylan non è il tipo da indossare un cappello di foglio d’alluminio.

 

Pubblicato in Episodi analizzati | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Maxi DD N. 2: “L’idolo della folla”. Primo tempo antifascista, ma poi l’antisemitismo pareggia.

Se migliaia di persone vestite con gli stessi colori si radunano per proclamare il loro sostegno fanatico ad una messinscena culturale che unifica tutta la società nonostante gli interessi di classe opposti e se questa folla viene materialmente sfruttata nel processo, si parla o del fascismo, o del calcio. Due fenomeni legati tra di loro almeno in Italia: il regime fascista usò soprattutto questo sport come strumento propagandistico e due titoli mondiali della nazionale italiana coincidono con quel periodo.

È il merito di questo episodio che illustra questo legame. La città fittizia di Portsmoor rappresenta la società in generale: “È un posto di provincia come tanti. Un piccolo porto commerciale, tanti uffici e qualche fabbrica. La gente ci passa sei giorni alla settimana lavorando e morendo di noia. Poi, la domenica, tutti si riversano allo stadio. Il calcio è il loro unico svago. A Portsmoor è quasi una religione,” ovvero lo spettacolo ideologico che crea l’illusione che quel “posto di provincia come tanti” sia qualcosa di speciale, meglio degli altri posti di provincia, e che quindi i suoi abitanti siano migliori degli altri poveri diavoli che vivono altrove. Quindi, “centinaia di timidi impiegati, commessi operai e professionisti […] nel fine settimana diventano picchiatori spietati, potenziali assassini… cultori di una violenza senza motivo, che alimenta se stessa da una domenica all’altra,” nelle parole dell’ispettore Brennan, il quale poi chiede: “Non è questo l’orrore?” Però questo spettacolo non è senza senso, come pensa Brennan. Sia il club che il nuovo stadio appartengono alla “Celtyc Inc.”, una società edile che ha molta influenza in città, anche sulla polizia. È un capitale quasi-monopolistico che controlla la vita economica e culturale, e anche le istituzioni statali. Il suo profitto dipende dallo spettacolo celebrato con la partecipazione attiva della folla incosciente.

Ma talvolta le finzioni di un club amato, di tradizioni locali ecc. non bastano a suscitare abbastanza dedicazione da parte della popolazione degenerata abbastanza per meritare l’epiteto plebe. Ci vuole una figura carismatica, in questo caso il calciatore John Bradd. “Da quando è arrivato Bradd, questi pazzi si sono moltiplicati, è come se la sua presenza li esaltasse. E quasi tutte le domeniche scorre sangue, allo Stonehenge Stadium.”

Ed è interessante notare che questo duce sta per diventare più potente del suo sponsor imprenditoriale, il quale dispone ancora delle risorse materiali per controllare la città, ma non prende più le decisioni, almeno non da solo. Lascio agli storici il compito di individuare il momento in cui questo punto fu raggiunto in Italia o altri paesi. È chiaro che Bradd controlla già la futura generazione della borghesia. William Hidewhite (cioè “Pellebianca”!), il figlio dell’imprenditore, capeggia gli ultrà del Portsmoor (un errore interculturale tipico del vecchio DD: la cultura ultrà è quasi sconosciuta in Gran Bretagna) ed è pronto a fare “qualsiasi cosa” ber Bradd.

Riassumiamo: A Portsmoor il capitale incoraggia un culto sciovinista del quale profitta materialmente ed è personalmente legato a gruppi violenti. Una figura carismatica serve come nesso tra il capitale e la popolazione nonché come figura di identificazione per tutti. Una miniatura del fascismo.

 

Come sempre in DD, la storia ha un lato razionale e uno spirituale, scuro, e in questo caso addirittura oscurantista.

Naturalmente il demonico Brad ha un alleato ben più potente di Hidewhite: il diavolo. Nella sua giovinezza, Bradd gli promise un sacrificio di diecimila uomini in scambio per “fortuna e gloria”, nonché la vita eterna. Finora, un racconto convenzionale, sentito tante volte. Ma purtroppo, Ruju sembra di aver concesso alle forze del male un prezzo molto alto in scambio per un poco di originalità: in questo episodio, la trama del patto con il diavolo prende una svolta antisemita. Ecco un elenco di indizi sui quali si basa il mio giudizio.

  1. Il simbolo magico usato che Brad usa per comunicare con satana è quello che chiamiamo di solito la stella di Davide. Questa è il simbolo del male assoluto per gli antisemiti e gli antisionisti di tutto il mondo. Infatti, per il regime dell’Iran, Israele è il “piccolo Satana”, e per gli antisemiti, gli ebrei sono responsabili per tutto il male nel mondo, appunto come Satana.
  2. Bradd è un calciatore bravo e ha molto successo. Questo successo genera l’invidia di chi non lo ha. Gli antisemiti proiettano il successo che gli manca sul collettivo immaginario degli “ebrei”, la cui scelleratezza viene contrastata con la propria rettitudine. L’antisionismo è simile: mentre Israele è una democrazia capitalista abbastanza stabile che garantisce uno stile di vita degno ai suoi abitanti, le società arabe che circondano quel piccolo stato sono politicamente, economicamente e culturalmente arretrate e sempre sull’orlo della guerra civile. Se qualcun altro, nonostante la sua inferiorità morale, ha più successo, deve per forza essere a causa di influssi diabolici.
  3. Dylan dice che il nuovo stadio sia “progettato come un tempio sacrificale”. La distruzione e ricostruzione di templi è una costante nella storia israelitica.
  4. A proposito di sacrifici: i cristiani hanno sempre esagerato l’importanza del sacrificio nella religione ebraica. Quindi anche i miti del deicidio (da parte degli “ammazzacristo”) e dell’uso del sangue di bambini cristiani nelle cerimonie religiosi ebraiche, miti che erano la causa di tanti pogromi nel medioevo. Anche Bradd sacrifica giovani cristiani sulla stella di Davide.
  5. Nella mente paranoica degli antisemiti, l’influsso degli ebrei non ha limiti e si potrebbe vedere dappertutto, ma si nasconde dietro un codice incomprensibile ai non addetti. Nell’episodio, sia il nuovo stadio che la nuova autostrada costruita dal giovane William hanno la forma esagonale. Il due triangoli della stella di Davide formano un esagono al loro interno. Più volte nell’episodio, vediamo scene notturne della città, nelle quali sono accentuati i tanti tetti triangolari. I triangoli sono gli elementi di cui è fatta la stella di Davide. “Sono dappertutto!”, come gli illuminati, i massoni, i gesuiti e via discorrendo.
  6. Nell’episodio, Satana somiglia al dio ebraico: ammonisce il giovane Potter di non usare il suo nome, e fa un patto con gli uomini, cioè un testamento.
  7. Inoltre, il diavolo insiste sulla sua “libbra di carne”, come Shylock nel Mercante di Venezia.
  8. Bradd dice che gli accordi con il diavolo “non sono stati rispettati e i demoni hanno esiliato me e il resto della squadra in un limbo senza nome”. Nell’antigiudaismo cristiano, si interpretava la diaspora ebraica come castigo divino per la disubbidienza degli ebrei.

 

Vista questa lista, c’è da chiedersi se c’è ancora da chiedersi se questo episodio è antisemitico. Secondo me, è un fenomeno analogo all’ “antirazzismo razzista” che si vede in episodi come “Maledizione Nera.” Nonostante le intenzioni chiaramente progressiste, i vecchi fumetti DD riproducono talvolta ideologie reazionarie. Crescendo in un paese cattolico e postfascista, è difficile non contaminarsi con certe idee che permangono nell’aria come l’amianto. L’importante è riconoscerle, perché questo può già minimizzare il loro effetto. La nostra vigilanza antifascista deve essere costante e fondata su una vera critica dell’ideologia. Purtroppo, in Italia sembra dominare un antifascismo superficiale e folcloristico, per cui ci troviamo nell’assurda situazione che è difficile, a volte impossibile, partecipare alle manifestazioni de 25 Aprile mostrando la stella di Davide.

 

Alla fine, vorrei parlare ancora dello sport. Nella nostra società ha la funzione descritta da Brennan, cioè di un oppio del popolo. C’è chi dice che il tifo fa parte della cultura proletaria, ma questo è già un problema: chi vuole costruire una società senza classi non può glorificare una cultura che dipende completamente dal sistema capitalista. Inoltre, lo sport come lo conosciamo è l’espressione più pura di valori borghesi: bisogna sempre vincere, essere migliore di qualcun altro. Le classifiche sono molto importanti, come le classi nella società. Bisogna evitare la propria relegazione ad una posizione meno bene pagata e rispettata: in tedesco si chiama “Klassenerhalt”, ovvero mantenimento della propria classe.

Non è sempre stato così. Ci fu anche il movimento dello sport proletario. Questo movimento internazionale aveva scopi ben diversi: la sanità dei proletari, la loro preparazione alla lotta di classe e soprattutto l’espressione concreta di valori come la solidarietà, la cooperazione e l’internazionalismo. I tornei dello sport proletario non avevano lo scopo di individuare un campione, ma di formare una comunità. Tutto questo non è un fantasma idealista: ci furono tre olimpiadi proletarie (Francoforte 1925, Vienna 1931, Anversa 1937), anche invernali. Tre mila atleti provenienti da dodici paesi parteciparono ai giochi di Francoforte, davanti ad un pubblico complessivo di 450 mila spettatori e la partecipazione attiva di circa 100 mila atleti alle attività aperte (lo sport proletario era concepito come un’attività, non uno spettacolo). I giochi a Vienna erano ancora più grandi, ma quelli di Anversa non raggiunsero le stesse dimensioni per lo stesso motivo per cui questo fenomeno manca nella storia del movimento proletario italiano: la vittoria del fascismo.

E con questo siamo tornati all’inizio: la relazione tra lo sport e il fascismo. Ci sono ultrà che portano la lotta antifascista nelle curve, ma secondo me si può anche lasciare lo sport borghese alla plebe fascista, creando invece associazioni sportive alternative.

 

Pubblicato in Episodi analizzati | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento

DD N. 366: “Il giorno della famiglia”. Phony beatlemania has bitten the dust.

Da punk, è naturale (non dico d’obbligo, perché di regole ce ne infischiamo) odiare i Beatles, e fu un gesto di liberazione quando the Clash dichiararono la morte della beatlemania decenni fa. E mentre quel fenomeno era già allora malsano e nevrotico, al giorno di oggi la necrofilia dei fans è un orrore degno non solo del manicomio, ma addirittura di Dylan Dog.

Qui, un gruppo di quattro giovani adulti ruba cadaveri e li veste appositamente per mettere in scena una versione macabra della cover di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. Scelgono l’abbigliamento sui mercati di pulci, probabilmente a Notting Hill o Camden. L’ossessione per la robaccia di altri tempi è stata descritta bene da Simon Reynolds in “Retromania”, e l’aspetto più rimarcabile di quei mercati è che lì non si trovano neppure articoli veramente vecchi, ma soprattutto roba fatta appositamente per sembrare vecchia. Sono frequentati da hipster giapponesi, e vedendoli mi chiesi prima: “Ma che diavolo fate qui, è tutto fasullo!”, ma la domanda si basava su una supposizione erronea: Credevo che i turisti cercassero “the real deal”, ma infatti uno dei pregi della cultura pop giapponese è che non crede nell’autenticità. Non come i tizi in questo episodio, la cui mania di rianimare una cultura morta è davvero mostruosa.

 

Oltre a quello dei Beatles, i quattro maniaci celebrano il culto della Manson Family, la setta fondata da Charles Manson che alla fine degli anni ’60 compì vari omicidi. Infatti, anche questo albo parla della famiglia, uno dei incubi preferiti di Dylan Dog. Uno dei membri della “Famiglia” è Cesare, il servo di Arthur Gill, il quale è il committente per le esumazioni illegali del gruppo. Il suo scopo è di riunificare la sua famiglia, un’istituzione che gli sta a cuore: dice a Dylan che “se non conosce la sua famiglia, è come se non conoscesse sé stesso! […] La famiglia, una vera famiglia, è tutto. Non abbiamo altro, nessuno di noi, è quello che ci rende ciò che siamo. Rinnegarla è una bestemmia infame… un insulto ancestrale!” Naturalmente, Dylan non è d’accordo con quelle balle reazionarie: “La mia famiglia sono i miei amici e le persone a cui voglio bene! […] Io so perfettamente chi sono. Il sangue di mio padre non c’entra.” È una delle battute per le quali non si può che volere bene a Dylan. La posizione degli autori invece potrebbe essere ambigua. Ecco il ritratto di famiglia di Arthur Gill: “Francis Montague era mio padre, nato anche lui qui, nella storica residenza di famiglia… I Montague, forse Lei lo saprà, sono stati tra i grandi amministratori coloniali dell’impero e l’omonima compagnia commerciale rimase in vita fino ai primi anni del dopoguerra, poi fallì nel 1950. Semplicemente, credo che mio padre non sia riuscito ad adattarsi ai cambiamenti del dopoguerra. [Sua moglie era una] donna energetica e molto colta, cosa non così diffusa allora. Il suo più grande dispiacere fu di non riuscire ad avere figli. E questo ci porta a un terzo personaggio in questa storia scontata… Jane Gill, una delle cameriere di casa Montague, giovane, ignorante e attraente. Mia madre naturale. […] Mio padre […] non poté riconoscermi legalmente. Mi venne però permesso di rimanere in questa casa, assieme a mia madre. A volerlo fu soprattutto la Signora Montague. Ma non si trattò certo di un gesto di generosità [si vede come la donna picchia il bambino] Quando mio padre fallì, dovemmo abbandonare la villa. Mia madre ovviamente voleva portarmi con sé, ma la Signora Montague corruppe i giudici e gli assistenti sociali e fece in maniera che io fossi affidato a un orfanotrofio di cui non le rivelarono la località… La mamma non resse a quel colpo. [Si impiccò]”. Questo racconto si basa soprattutto su un mito misogino ben noto: la Montague è una donna infeconda, educata, fredda e potente, cioè in grado di scappare dalla prigione assegnatale dalla società patriarcale. Per questo fa paura.

Dall’altra parte, il racconto può essere letto come una critica della famiglia borghese, basata sullo sfruttamento, l’ipocrisia, la violenza e il potere assoluto del padre. Quest’ultimo crollò verso la metà del secolo scorso. Il suffragio universale fu introdotto in Gran Bretagna nel 1928 e nel 1947 in Italia. Quindi si può dire in molti sensi che nel 1950 il padre fallì: il suo potere, la sua “omonima compagnia” (la famiglia è sempre stata anche un’impresa) e la sua famiglia.

Ciononostante, dietro questa critica della famiglia borghese potrebbe nascondersi un’apologia della Famiglia: si sente che Arthur ama molto “la mamma” (cioè la donna debole), e forse ad essere criticata è solo la famiglia nell’alta borghesia decadente. La Famiglia è buona, ma individui scellerati abusano l’istituzione. La Famiglia della piccola borghesia invece è naturale e sana. Similmente, i piccoli borghesi credono fervidamente nello Stato pur bestemmiando continuamente i politici corrotti, e nel capitalismo anche se inveiscono contro manager avari. Non criticano il potere, ma solo le sue manifestazioni deboli. In realtà, desiderano il potere assoluto, ovvero la dittatura fascista nella quale il duce / padre tiene in regola tutte le sue pecorelle.

Allora, è questa la posizione di Secchi? Non lo so, ma è chiaro che dalla bocca di Gill esce il cattivo odore della misoginia del vecchio DD anche esso morto (la famiglia Montague somiglia molto a quella in “Dal profondo”). Anche Dylan è perplesso: “Non so perché per Lei fosse così importante riposare con una famiglia che Le ha dato soltanto sofferenze, Signor Gill… Ma ha avuto quello che desiderava.” E con questo esce dalla tomba in cui ha luogo la macabra riunione dei Montague / Gill, gli altri fab four nell’episodio.

 

Intertestualità

Data la mia posizione sulla beatlemania, non mi va di ripescare tutte le allusioni alle loro opere e i personaggi sulla cover di Stg. Pepper’s lonely hearts club band. London calling, we ain’t got no high / Except for the one with the yellowy eye.

Pubblicato in Episodi analizzati | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento

DD N. 365: “Cronodramma”. Ma il tempo non si inganna.

Ci sono molti episodi classici della serie che parlano del tempo: “Altroquando”, “Ucronìa”, dd365-001“I cavalieri del tempo” ecc. Avendo letto “Cronodramma”, la lode di Recchioni nella prefazione per l’autore, Carlo Ambrosini, sembra eufemistica: “Una storia strana, una “delle sue””. Tautologie come queste sono un segno sicuro che una persona sta cercando di dire qualcosa di lusinghiero senza saperne manco una. La parola “idiota” deriva da “idios”, che in greco antico significa “proprio”. E anche le “suggestioni di […] fisica quantistica [e] psicologia junghiana” se le è inventato Recchioni.

L’episodio comincia e finisce con citazioni da un libro fantasy fittizio che contengono più balle dello Smaland: “L’idea del Tempo che gli uomini si sono costruiti è un’inespugnabile fortezza nella quale si sono rinchiusi […] ma la fortezza è assediata: uno sterminato esercito preme alle sue porte e tiene gli uomini in apprensione generando le loro paure […] Così, quando gli uomini capirono che il Tempo […] era solo un un’illusione [sic], posero il loro spirito fuori dal tempo. I bastioni e le mura della fortezza sbriciolarono e svanirono come polvere al vento e allora si accorsero [Chi? I bastioni e le mura?] che non c’era nessun esercito ad assediarli […]” Queste stronzate sono un ottimo esempio per la falsa soluzione della relazione dialettica tra il mito e l’illuminismo: (i miti erano il primo passo verso la conoscenza, e la scienza, progredendo, rischia di diventare mitologia): il brano citato ci consiglia di andare indietro fino allo stato pre-mitologico smettendo di farci una ragione di quello che vediamo. Stare fuori del tempo significa stare in un presente eterno senza storia e futuro, come le bestie. Un’asinità. “Aida Adams” vuole superare il tempo, ma stronzate del genere mi annoiano e non servono nemmeno ad ingannare il tempo.

E in quanto alla psicologia junghiana: trovate il mio giudizio molto negativo su di essa nella mia analisi de “L’uomo dei tuoi sogni”, e basti ricordare che Jung era lo psichiatra preferito dei nazisti.

Per motivi sconosciuti, più volte nell’episodio vediamo ebrei ortodossi. Ma forse questo non ha alcun significato e riflette soltanto il fatto che la Gran Bretagna ha la maggiore comunità ebraica d’Europa, e a Londra c’è persino una lega ebraica di calcio amatoriale, la Maccabi Southern Football League. Comunque, l’immagine dell’ebreo ortodosso è uno stereotipo e la vasta maggioranza degli ebrei non segue questa interpretazione della loro religione, se sono credenti. Non tutti lo sono. E questo vale anche per “i mussulmani”. Va bene che i responsabili della serie hanno deciso di renderla meno “bianca”. Ma non tutte le persone provenienti da paesi mussulmani sono credenti. E non tutte le donne che credono in quella religione portano il velo. Tra le mie studentesse ci sono molte che si identificano come mussulmane ma che non lo portano, che hanno un fidanzato eccetera. Per questo, non credo che Rania sia una buona rappresentante di quel gruppo. Ma come l’ebreo ortodosso, la donna con il velo è uno stereotipo facilmente riconoscibile, e ci sono molti che lo usano per esprimere la loro liberalità, come anche durante le proteste dopo la elezione di Trump. Ma esprimendo questa liberalità, danno il loro sostegno ad una usanza reazionaria come il velo e abbandonano le persone che sono identificate come mussulmani da razzisti, ma che interpretano quella religione in un altro modo, o che se ne infischiano. Inoltre, in questo episodio, il modo in cui il velo di Rania è disegnato la fa somigliare assurdamente ad un’astronauta.

Sto divagando. Ma mi sembra giustificato perché anche l’episodio è poco coerente. Funziona come un incubo, che non segue una progressione logica ma nel quale si susseguono delle immagini che sono comunque legate tra loro.

Per esempio, i genitori di Milky, la bambina rapita nel 1991, erano “biologi impiegati presso una multinazionale cosmetica”. Quando Dylan sogna Milky, questa lo dirige verso il posto di lavoro dei suoi genitori: una macelleria in un mercato. Questo mercato concreto è un simbolo per il mercato nel quale opera la multinazionale, e la macelleria rappresenta il fatto che l’industria cosmetica ha fatto uso di sperimenti sugli animali.

Inoltre, nel fatto che i genitori stavano sviluppando una molecola sintetica in grado di rallentare l’invecchiamento delle cellule ricompare l’idea del tempo che è centrale per l’episodio. Il tempo è contenuto anche nella relazione tra genitori e figlie sulla quale il narrativo punta: genitori e figli appartengono a due generazioni, e il termine generazione è anche un’unità per misurare il tempo.

Intertestualità

E a proposito del tempo: è il momento di finire questa analisi cominciata malvolentieri con l’elenco delle citazioni. Sulla copertina si cita la famosa scena dell’orologio dal film

Preferisco l’ascensore! con Harold Lloyd (1923) nonché una maschera di carnevale, che in Germania viene anche chiamato “la quinta stagione” (ecco di nuovo l’idea del tempo). Sullo sfondo c’è la testa di una statua greca o romana che forse dovrebbe essere Cronos, il quale però di solito viene rappresentato con una barba. Sempre sulla copertina, l’architettura delle case somiglia a EUR, e mi sembra di riconoscere anche l’impianto industriale sullo sfondo, ma non so nominarlo. Sulle prime pagine, si citano rilievi persiani come il Faravahar (un’aquila con la testa umana, simbolo per la religione zoroastrica) e assire, come il Lamassu, ovvero bue con la testa umana. Più tardi nell’episodio, vedremo corpi umani con teste di animali. Un altro esempio della coesione di questo episodio poco coerente (sono termini linguistici: si parla di coesione se in un testo vengono ripetute certe parole o parole con un significato simile, mentre il termine coerenza denota la struttura logica di un testo).

 

 

 

Pubblicato in Episodi analizzati | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento