DD N. 365: “Cronodramma”. Ma il tempo non si inganna.

Ci sono molti episodi classici della serie che parlano del tempo: “Altroquando”, “Ucronìa”, dd365-001“I cavalieri del tempo” ecc. Avendo letto “Cronodramma”, la lode di Recchioni nella prefazione per l’autore, Carlo Ambrosini, sembra eufemistica: “Una storia strana, una “delle sue””. Tautologie come queste sono un segno sicuro che una persona sta cercando di dire qualcosa di lusinghiero senza saperne manco una. La parola “idiota” deriva da “idios”, che in greco antico significa “proprio”. E anche le “suggestioni di […] fisica quantistica [e] psicologia junghiana” se le è inventato Recchioni.

L’episodio comincia e finisce con citazioni da un libro fantasy fittizio che contengono più balle dello Smaland: “L’idea del Tempo che gli uomini si sono costruiti è un’inespugnabile fortezza nella quale si sono rinchiusi […] ma la fortezza è assediata: uno sterminato esercito preme alle sue porte e tiene gli uomini in apprensione generando le loro paure […] Così, quando gli uomini capirono che il Tempo […] era solo un un’illusione [sic], posero il loro spirito fuori dal tempo. I bastioni e le mura della fortezza sbriciolarono e svanirono come polvere al vento e allora si accorsero [Chi? I bastioni e le mura?] che non c’era nessun esercito ad assediarli […]” Queste stronzate sono un ottimo esempio per la falsa soluzione della relazione dialettica tra il mito e l’illuminismo: (i miti erano il primo passo verso la conoscenza, e la scienza, progredendo, rischia di diventare mitologia): il brano citato ci consiglia di andare indietro fino allo stato pre-mitologico smettendo di farci una ragione di quello che vediamo. Stare fuori del tempo significa stare in un presente eterno senza storia e futuro, come le bestie. Un’asinità. “Aida Adams” vuole superare il tempo, ma stronzate del genere mi annoiano e non servono nemmeno ad ingannare il tempo.

E in quanto alla psicologia junghiana: trovate il mio giudizio molto negativo su di essa nella mia analisi de “L’uomo dei tuoi sogni”, e basti ricordare che Jung era lo psichiatra preferito dei nazisti.

Per motivi sconosciuti, più volte nell’episodio vediamo ebrei ortodossi. Ma forse questo non ha alcun significato e riflette soltanto il fatto che la Gran Bretagna ha la maggiore comunità ebraica d’Europa, e a Londra c’è persino una lega ebraica di calcio amatoriale, la Maccabi Southern Football League. Comunque, l’immagine dell’ebreo ortodosso è uno stereotipo e la vasta maggioranza degli ebrei non segue questa interpretazione della loro religione, se sono credenti. Non tutti lo sono. E questo vale anche per “i mussulmani”. Va bene che i responsabili della serie hanno deciso di renderla meno “bianca”. Ma non tutte le persone provenienti da paesi mussulmani sono credenti. E non tutte le donne che credono in quella religione portano il velo. Tra le mie studentesse ci sono molte che si identificano come mussulmane ma che non lo portano, che hanno un fidanzato eccetera. Per questo, non credo che Rania sia una buona rappresentante di quel gruppo. Ma come l’ebreo ortodosso, la donna con il velo è uno stereotipo facilmente riconoscibile, e ci sono molti che lo usano per esprimere la loro liberalità, come anche durante le proteste dopo la elezione di Trump. Ma esprimendo questa liberalità, danno il loro sostegno ad una usanza reazionaria come il velo e abbandonano le persone che sono identificate come mussulmani da razzisti, ma che interpretano quella religione in un altro modo, o che se ne infischiano. Inoltre, in questo episodio, il modo in cui il velo di Rania è disegnato la fa somigliare assurdamente ad un’astronauta.

Sto divagando. Ma mi sembra giustificato perché anche l’episodio è poco coerente. Funziona come un incubo, che non segue una progressione logica ma nel quale si susseguono delle immagini che sono comunque legate tra loro.

Per esempio, i genitori di Milky, la bambina rapita nel 1991, erano “biologi impiegati presso una multinazionale cosmetica”. Quando Dylan sogna Milky, questa lo dirige verso il posto di lavoro dei suoi genitori: una macelleria in un mercato. Questo mercato concreto è un simbolo per il mercato nel quale opera la multinazionale, e la macelleria rappresenta il fatto che l’industria cosmetica ha fatto uso di sperimenti sugli animali.

Inoltre, nel fatto che i genitori stavano sviluppando una molecola sintetica in grado di rallentare l’invecchiamento delle cellule ricompare l’idea del tempo che è centrale per l’episodio. Il tempo è contenuto anche nella relazione tra genitori e figlie sulla quale il narrativo punta: genitori e figli appartengono a due generazioni, e il termine generazione è anche un’unità per misurare il tempo.

Intertestualità

E a proposito del tempo: è il momento di finire questa analisi cominciata malvolentieri con l’elenco delle citazioni. Sulla copertina si cita la famosa scena dell’orologio dal film

Preferisco l’ascensore! con Harold Lloyd (1923) nonché una maschera di carnevale, che in Germania viene anche chiamato “la quinta stagione” (ecco di nuovo l’idea del tempo). Sullo sfondo c’è la testa di una statua greca o romana che forse dovrebbe essere Cronos, il quale però di solito viene rappresentato con una barba. Sempre sulla copertina, l’architettura delle case somiglia a EUR, e mi sembra di riconoscere anche l’impianto industriale sullo sfondo, ma non so nominarlo. Sulle prime pagine, si citano rilievi persiani come il Faravahar (un’aquila con la testa umana, simbolo per la religione zoroastrica) e assire, come il Lamassu, ovvero bue con la testa umana. Più tardi nell’episodio, vedremo corpi umani con teste di animali. Un altro esempio della coesione di questo episodio poco coerente (sono termini linguistici: si parla di coesione se in un testo vengono ripetute certe parole o parole con un significato simile, mentre il termine coerenza denota la struttura logica di un testo).

 

 

 

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DD N. 364: “Gli anni selvaggi”. Si muore anche nelle fabbricche dell’industria culturale.

It’s fast rough factory trade
No expense accounts, or lunch discounts
Or hypeing up the charts
The band went in ‘n’ knocked ‘em dead in two minutes and fifty-nine

No slimey deals, with smarmy eels, in Hitsville UK

(The Clash: Hitsville UK)

 

Questo albo è così pieno di citazioni culturali che sembra quasi un albo Panini. Sono un avido collezionista, ma anche se ho l’ambizione di complettare l’albo, “shooting fish in a barrell” non è così divertente come andare a pesca.

001Peraltro, le citazioni non sono neanche l’aspetto più interessante dell’albo (ca differenza  di “Cagliostro!”), e nonostante il titolo la storia non è solo introspettiva come tanti albi in questo giubileo dylaniato. Parla dei morti sul lavoro nelle fabbriche della cultura industriale. Come tutte le industrie, questa si appropria il lavoro altrui per trasformare il prodotto in una merce che si vende a profitto (“I Bloody Hell riuscivano a trasformare i sentimenti negativi in un prodotto vendibile, la vostra musica. Per noi era un bene prezioso.”) a “quella massa indistinta e sconosciuta di persone che Lei chiama pubblico e noi consumatori”. I consumatori di quasi tutte le merci – in particolar modo quelle non strettamente necessarie per la sopravvivenza – si illudono che queste abbiano un valore inerente che può dare un senso alla loro vita, riempire il vuoto che sentono dentro di sé, redimerli. Si chiama feticcio delle merci. Il termine “feticcio” descrive anche una certa prassi religiosa, e il consumo oggi ha lo steso ruolo che la religione aveva una volta, l’oppio del popolo: “La verità è che tutti noi vogliamo soltanto una cosa: dimenticare. Vogliamo mettere a tacere il senso di colpa, l’infelicità, la voce che ci grida nella testa che la nostra vita è sbagliata, che noi siamo sbagliati… e che non si può tornare indietro, mai. È per questo che ci sono le droghe, l’alcol e gli psicofarmaci. Sono i premi di consolazione che dio ci ha concesso per ritagliarci attimi di oblio!” La vita è sbagliata, noi siamo sbagliati – fortissimo.

In molti settori, i produttori condividono questa credenza falsa, soprattutto nel cosiddetto settore creativo. Certo, la musica incisa su un disco, suonata dal vivo o trasformata in un codice informatico può ANCHE essere arte, ma viene prodotta, distribuita e consumata come merce e neanche il più oscuro label di cassette si può allontanare completamente dalla “macchina”, e in ogni modo riproduce solo una copia amatoriale di essa. La vita è dura per gli operai che lavorano attorno alla macchina: “Ogni giorno sei in tournée, davanti a un pubblico che vuole il massimo. Il corpo non è in grado di reggere quel ritmo forsennato. Inizi a drogarti per andare avanti e poi continui a farlo perché non puoi più smettere.” Molti giovani proletari hanno sognato di diventare Rockstar, ignari che anche così sarebbero comunque rimasti tra i dannati della terra. La macchina ci sfrutta e ci isola: “Tu lo sai cosa significa sentirsi soli in mezzo alla gente, Dylan? Senza nessun vero rapporto umano. Non avere il tempo per guardarsi allo specchio e chiedersi: “È proprio questo, ciò che desideravo?” […] Ian è diventato paranoico, al punto che non esce più di casa. La sua vita sentimentale si è ridotta alle chat sui siti di incontri. […] In molti sono rimasti schiacciati dall’ingranaggio, ribelli o tropppo sensibili per sopravvivere alle regole della macchina… hanno scelto la morte per sfuggirle. Poveri sciocchi. Da morti sono diventati ancora più facili da sfruttare.” Soli e depressi, crediamo di soffrire di problemi personali, che infatti sono sociali.

Trovo il termine “risorse umane” bruttissimo, ma descrive esattamente come la macchina funziona. Per essa, anche gli uomini sono delle cose da sfruttare come anche le risorse naturali. Devasta le persone come devasta il pianeta: “La macchina si prende tutto. E non ti lascia niente… niente che conti davvero, almeno,” e con la sua infinita fame finirà per “divorare il mondo!”

A parte questa critica culturale e psicologica del capitalismo, l’episodio è anche uno di quelli nella serie che sono una parabola sulla economia stessa, che secondo Marx funziona trasformando il lavoro vivo, cioè le attività dei proletari, in lavoro morto, cioè merci e profitto. Per rilanciare la sua carriera, Vince registra “urla di disperazione e agonia” di vittime che tortura fino alla morte, creando “Una musica scritta con il sangue.” Tutta la ricchezza del capitalismo, che a taluni può sembrare bella, è espressione dello sfruttamento, della sofferenza e del dolore altrui.

Intertestualità

Dunque, veniamo al listone delle citazioni. In ordine cronologico:

New Order

Nine Inch Nails

Sisters of Mercy

Johnny Cash

The Gun Club: “Miami”

Mötley Crüe: “Shout at the Devil”

The Garden: The Life and Times of a Paperclip

The Cure: “Boys don’t cry”

Alien Sex Fiend

Depeche Mode

The Fall: “Cerebral Caustic”

Ministry

Einstürzende Neubauten

Slash (citazione grafica)

Dälek

LCD Soundsystem

Walt Whitman: “Attraversai una volta una città popolosa”

“Remember Me” (film, citazione incerta: ci sono vari film con questo titolo generico)

Kurt Cobain (citazione grafica)

Janis Joplin (citazione grafica)

Jimmy Hendrix (citazione grafica)

Lou Reed: “Take a walk on the wild side”

The Clash: “London calling” (citazione grafica)

Joy Division: “Unknown Pleasures”

Guns ‘n’ Roses: “Nightrain”

 

Valutando questa lista, bisogna dire che non rispecchia l’importanza che il Hair Metal ha per la storia: presumiblmente, i Bloody Hell suonano quella musica, e loro e i loro fans si vestono appositamente. A parte l’introduzione, la scena New Wave / Goth / Post Punk non c’entra con la storia, anche se le citazioni le rendono un omaggio dovuto. Però mi sorprende che Roberto Recchioni scrive che questa “seconda anima musicale [dell’episodio] viene […] da Londra [rappresentata da band] come The Smiths o The Cure, ma anche Joy Division e Siouxie and the Banshees.” The Smiths e Joy Division hanno una fortissima identità manchesteriana, mentre The Cure sono del Sussex. La loro musica non rappresenta la metropoli dinamica, ma le periferie semimorte (anche la Berlino-Ovest delle Neubauten era un posto ultra-periferico: un’enclave). E l’influsso del New York punk sull’episodio rimane una promessa nella prefazione.

Nella lista spiccano i tre nomi di artisti contemporanei, che rappresentano una scelta erratica: LCD Soundsystem sono famosi ma dal punto di vista artistico altrettanto irrelevante come The Garden. Solo il cupissimo post-Hip-Hop di Dälek è interessante.

E a proposito di Hip Hop: all’inizio dell’episodio c’è un incontro interessantissimo tra il Goth-boy biondo e delicato e tre B-boys di colore. Loro cercano di parlargli, ma lui inforca la sua bici e scappa alla grande casa dei suoi genitori. Infatti, i ragazzi volevano solo dirgli che aveva perso il protafoglio. Qui si vede non solo l’antirazzismo banale ma simpatico di DD, ma anche il fatto triste che the kids aren’t united. Il pop post-thatcheriano è diviso rigorosamente in reparti che corrispondono a classi sociali e etnità, gruppi che non si parlano più. Anche senza truccarsi, i Goths in genere sono un gruppo spaventosamente bianco, e cultivano sensibilità che sono un privilegio delle classi medio-alte. Molti rapper dall’altra parte fanno l’apologia della esclusione sociale e razzista celebrando il culto del gangster. Non era sempre così: il punk attraeva studenti di Arte e giovani operai arrabbiati. Nonostante il working-class pride degli Skinheads e i gusti costosi dei Mods, la barriera tra le due scene era molto fluida e la combinazione di bianco e nero non era solo un modo di vestirsi per i fans dello Ska.

Il damerino dell’incubo

Parlavamo di ragazzi pallidi e delicati: mi piace che anche in questo episodio, l’apparenza di Dylan non corrisponde alla solita masculinità convenzionale. Dylan è giovanissimo e spesso androgino. Ma sembra che Mari non potesse liberarsi completamente dal look convenzionale, con risultati a volte assurde che combinano una faccia androgina, un corpo magro ma molto largo: sembra lo scheletro di un gigante con la testa di una bambola.

In questo giubileo sono d’obbligo piccole informazioni biografiche. Si scopre che Vince è l’inventore del quinto senso e mezzo: “Se [il tuo presentimento] non è stato abbastanza forte a spingerti a restare, è al massimo un quinto senso e mezzo.” Viene spiegata anche la carriera di Dylan, ma chiudo con un dialogo tra Dylan e Emily, che caratterizza il nostro non-eroe molto bene: “Io non posso essere salvata… ma forse puoi aiutare altre persone…” –  “Non sono un supereroe. Vorrei esserlo… ma soffro di vertigini.” – “Shhh. Fai del tuo meglio… e basterà.”

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Dietmar Dath conferma: Dylan Dog è fantastico.

Poco tempo fa, ho scoperto nella libreria Karl Marx un nuovo volumetto scritto da Dietmar Dath

[Dietmar Dath è un altro simpaticissimo DD. È uno scrittore e saggista tedesco abbastanza giovane il cui tema centrale è la possibilità di altri modi di esistere. È comunista e parzialmente responsabile per la riscoperta di Lenin. È uno scrittore vero perché non si limita a descrivere la realtà o a commentarla, ma formula delle verità che vanno oltre la superficie della nostra esistenza. È dotato di un’intelligenza rara e una vasta erudizione che comprende la cultura pop (canta anche su un albo della band Kammerflimmer Kollektief), la tecnologia e la matematica (ha una laurea in fisica), un motivo per cui non è solo apprezzato dalla sinistra radicale. È redattore presso la Frankfurter Allgemeine Zeitung, il quotidiano conservatore che fa da organo ufficialedella borghesia tedesca che lo apprezza senza amarlo. Una volta, un collega della FAZ disse vedendolo nella menta del giornale: “Ecco il pazzo costruttore di razzi bolscevico”.]

sull’argomento di supereroi e non potevo fare a meno di comprarlo nonostante gli altri impegni paralleli e preesistenti, anche perché si tratta di un piccolo tascabile Reclam

[La casa editrice Reclam pubblica testi classici in piccoli volumetti (9x15cm), di cui ogni liceale tedesco deve comprare almeno uno. Le edizioni di classici tedeschi sono gialli, edizioni bilinguali di classici grechi e latini sono in arancione e rosso è il colore per le edizioni bilinguali di opere in altre lingue moderne. Questo volume fa parte di una nuova serie per quello che chiamerei  saggistica leggera, “100 Seiten” (100 pagine).]

di appena 100 pagine. Più o meno come un fumetto DD, e come avevo sperato, si è rivelato rilevante alla nostra serie.

Dylan Dog non è un eroe e dispone solo di un mezzo superpotere (che bell’ossimoro!), che https://images-na.ssl-images-amazon.com/images/I/415ZxY1uddL._SX334_BO1,204,203,200_.jpgforse non esiste nemmeno. Comunque, condivide con i racconti di supereroi non solo il formato (originale), ma anche da difficoltà di classificarlo: se qualcuno mi chiede a quale genere DD appartiene non posso mai dare una risposta precisa. Benché i racconti di supereroi costituiscano ormai un genere a parte, sono infatti ancora caratterizzati dalla stessa eterogeneità: combinano elementi della fantasy, della fantascienza, dell’orrore nonché della mitologia cristiana e pagana e la cultura canonizzata. Dath mi ha ricordato il termine adatto per questa letteratura, l’iperonimo “il fantastico”. È ormai fuori uso perché i suoi sottogeneri (fantasy, fantascienza, orrore, racconti di supereroi ecc.) si sono sviluppati e differenziati tanto ad oscurare la radice comune: raccontano faccende che esulano dalla esperienza quotidiana (e non necessariamente, come Dath sottolinea, dalle leggi naturali conosciute al tempo della pubblicazione). Infatti, quella differenza dalla quotidianità ci viene ricordata in ogni episodio DD: mentre l’esistenza di Superman è universalmente accettata a Metropolis,  Dylan deve sempre confrontare il fatto che il suo compito non è compatibile con l’esperienza comune. Inoltre, Dath precisa la sua definizione:

 “Il fantastico non è affatto […] quello che non ci è mai stato, quello che non c’è o tantomeno quello che non ci può essere. Se fosse così, bisognerebbe escludere molti elementi [del fantastico] che sono certamente esistiti (cavalieri, alchemici o dinosauri), che possono verificarsi (viaggi interplanetari, almeno del nostro sistema solare) o che potrebbero esistere(esseri più intelligenti di noi che ci odiano).”

Quindi il fantastico è sempre legato alla realtà, e mi sembra che Dylan sia la personificazione di questo legame: dall’una parte cerca di accettare fenomeni che vanno oltre la esperienza normale, dall’altra parte cerca di conciliarli con la realtà.

Gli incubi su cui Dylan indaga possono manifestarsi come invenzioni scientifiche, mostri, spettri, universi paralleli e via discorrendo. “L’indagatore dell’incubo” è il titolo perfetto perché ci sono pochi limiti alle cose che si possono sognare e i sogni certamente non rispettano limiti di generi letterari. L’incubo corrisponde perfettamente al termine tecnico “fantastico” e Dietmar Dath rifiuta di accettare definizioni convenzionali di generi che dipendono dal soggetto, tipo “La fantascienza tratta di un futuro possibile che dipende da certe invenzioni tecniche, la fantasy tratta di un passato impossibile dato l’andamento dell’evoluzione e della Storia”. Secondo lui, quelle definizioni mostrano “una noncuranza riguardo alla forma nonché le intenzioni e gli effetti estetici ulteriori di quei generi che il dibattito estetico e critico non si permette nei confronti di altri generi. Frasi come “La commedia tratta di torte gettate in faccia e di scambi di persone” o “Nel romanzo storico raffigurano cavalieri o nazisti” sono ridicole.”

Il genere fantastico è un prodotto del romanticismo ottocentesco, e uno dei suoi pionieri fu il poeta Samuel Taylor Coleridge, il quale trovò un nome per l’ostacolo che il pubblico doveva superare per entrare nella finzione. Per altri generi, questa entrata è ostacolata da una mancanza di interesse o di empatia, ma per la lettura di un testo fantastico è necessaria la “suspension of disbelief”, cioè la sospensione della non-credenza. Il termine “disbelief” ha connotazioni religiose, ma mentre la lettura religiosa di un testo religioso richiede la terminazione della non-credenza, quella di un testo fantastico richiede solo che ammettiamo per un tempo determinato la possibilità che quello di cui parla il testo sia reale.

DD funziona così bene perché in ogni episodio lo scettico Dylan deve superare quella soglia esattamente come anche il lettore, un processo a volte molto difficile, per cui è così facile identificarsi con Dylan. Lo sappiamo tutti: Dylan Dog è fantastico.

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Che fine ha fatto il futuro? (IV) – La BR Space Night

“For the night is dark and full of terrors.” Sta per finire un anno veramente buio, e chissà se i vari movimenti regressivi che padroneggiano ci porteranno veramente indietro tanto che il mondo somiglierà quello di Game of Thrones.

Per ricordarvi del fatto che il termine “notte” fa senso solo dalla prospettiva limitata di un singolo corpo celeste e che fra le tante cose nascoste nel cosmo infinito ci potrebbe essere un futuro migliore dedico l’ultimo post del 2016 alla leggendaria “BR Space night”.

Questa è un programma televisivo sulla TV pubblica bavarese (in Germania quasi tutti i 16 Länder dispongono di un’emittente televisiva e di varie radio pubbliche – BR è l’abbreviazione di “Bayerischer Rundfunk”) ideato nel 1994 da due redattori appassionati di fantascienza che cercavano un’alternativa al monoscopio notturno ed ebbero l’idea geniale di trasmettere immagini e filmati (che non costavano nulla alla TV pubblica) da varie agenzie spaziali insieme con una colonna sonora.

Gli anni novanta erano l’epoca dei rave, e molti DJ proiettavano le immagini della Space Night nella chillout area insieme con l’apposita musica elettronica che le completava perfettamente. Questa appropriazione trovò l’approvazione dei due ideatori Georg Scheller e Andreas Bönte, e il DJ Alex Azary li convinse di usare musica elettronica per la colonna sonora. Fu la nascita di un mito e la Space Night era d’obbligo per qualsiasi festa e anche per gli afflitti di insonnia muniti di canne o straight edge. Ma l’uso di musica interessante portava anche ad un problema: costava, e la TV bavarese decise di terminare la trasmissione nel 2013. I fans però protestarono, e nello stesso anno le trasmissioni ricominciarono, con nuove immagini e musica con licenze Creative Commons.

Vi invito di lasciare il pianeta dei morti e di godervi la bellezza e la libertà dello spazio infinito. Alla faccia di padroni e preti.

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DD N. 363 “Cose perdute” – Mister Fear riemerge Dal Profondo e Dylan si fa a cinque.

In questo episodio, sia Dylan che il pubblico rivedono dei vecchi amici: l’indagatore dell’Incubo rivede gli amici immaginari della sua infanzia, e i più attenti lettori vengono ricordati di Mister Fear (da “Scritto con il sangue”, DD N. 47) e di George dell’episodio N. 20. Nella mia analisi di “Scritto con il sangue” constatai l’esistenza di un sotto-genere fra gli episodi della serie, ovvero l’episodio psicologico. Vi invito a rileggerla, e anche quella di “Dal profondo” perché sono piene di deliberazioni psicologiche alle quali accennerò appena in questo testo benché “Cose perdute” faccia chiaramente parte del sotto-genere descritto sopra.

 

Dunque, parliamo di “Mister Fear”. Questo è il soprannome usato da un’assistente di una psicologa usa quando ammazza le persone. Gli omicidi dànno vitalità alla donna che una volta era depressa e vittima di un crimine sessuale. Tutti questi elementi raffigurano anche in “Cose perdute”, con piccole variazioni: da bambina, Nelly Bryce era la vittima degli abusi del padre, è spinta a uccidere dal suo trauma, si traveste da uomo per gli omicidi e fa la psicanalista. Copia persino uno degli omicidi di “Scritto con il sangue”, dove una vittima venne uccisa tramite una tarantola: Nelly usa degli scorpioni. Persino un’eco del nome “Mister Fear” si sente: un carattere in “Cose perdute” si chiama Bister Bear. È l’orsacchiotto del giovane Dylan, e devo dire che da professore di inglese questo fatto mi fa pena. Tanti studenti pronunciano il dittongo in “bear” come quello in “fear”, cioè dicono “beer” anziché “bear”. Forse gli autori dell’episodio commettono lo stesso errore, anche se devo ammettere che l’ortografia inglese confronta uno straniero con molte difficoltà: “tear”, a seconda della pronuncia, può significare “strappare / strappo” o “lacrima”, e “tears for fears” fa rima, ma non “beers for bears.” Sto divagando, ma permettetemi un ultimo commento didattico: un altro amico immaginario di Dylan si chiama “Welly” perché abita al fondo di un pozzo, ovvero in inglese un “well”. Il nome sembra funzionare, ma la parola “welly” esiste già ed è importantissima nella cultura britannica, soprattutto per i bambini: è l’abbreviazione colloquiale di “wellington boot”, ovvero stivalo di gomma.

 

E a proposito del pozzo: ci sono moltissime immagini di quel buco buio nell’episodio, ai quali vengono aggiunti quelli dello scarico. Da ambedue esce la voce di Welly, ossia di Nelly che da bambina veniva gettata nel pozzo dal padre come punizione (sì, “Nelly in the well” diventa “Welly”, ma comunque non funziona). Più o meno come George in “Dal profondo”, che poi si trasforma in un mostro amorfo che esce dallo scarico per spiare e per uccidere. Come scrissi nella mia analisi di quell’episodio, George rappresenta gli aspetti della nostra psiche che vengono repressi e rimossi. Così come vengono rimossi anche gli amici immaginari quando si diventa adulti.

 

Allora diamo un’occhiata a questi amici immaginari del giovane Dylan: come primo c’è Bister Bear, l’orsacchiotto che rappresenta il desiderio di riconciliazione con la natura alla quale i bambini sono ancora assai vicini: da una parte, la fantasia di essere protetti da un animale potente la cui forza non rappresenta alcuna minaccia, dall’altra parte il bisogno di accettare i propri desideri animaleschi. Poi c’è Nalyd, il non-identico identico di Dylan, il riflesso che fa lo stesso e l’opposto del vero Dylan: se questo alza la destra, quello alza la sinistra. Simbolizza da una parte il narcisismo di Dylan, dall’altra parte un distacco da sé stesso: c’è un vetro all’interno di Dylan a causa del quale non verrà mai completamente in contatto con se stesso. Il terzo amico è Kub, la figura buia che vive al buio. È un altro soprannome che non funziona in inglese. Ovviamente allude alla parola italiana “incubo”, ma in inglese verrebbe pronunciato come “cub”, che significa cucciolo. È naturale che l’Indagatore dell’Incubo abbia avuto l’incubo come amico da bambino. E infine c’è Welly. Come abbiamo detto, Welly infatti è una bambina ed è reale. Ma come amica immaginaria rappresenta il lato femminile di Dylan, racchiuso in un buco profondo. (Per estensione, è dd363-001un simbolo per la condizione femminile nella tradizione della quale bisogna ancora liberarsi: essere ridotta come persona ad un buco umido, non essere riconosciuta, essere ristretta alla passività.) Da grande, Nelly non ha parenti, ma una figura paterna nella sua professione, la psicoanalisi. Una professione nella quale ci si occupa tra l’altro di incubi. Ha capelli neri o castani abbastanza corti che sembrano difficili da controllare e le cadono sulla fronte. Certo che è Dylan al femminile (anche i loro nomi hanno molte lettere in comune), ma purtroppo molti maschi si sentono minacciati da questo lato, come Dylan nell’episodio, e quindi cercano di reprimerlo. Alla fine dell’episodio, Nelly viene affogata dagli altri amichetti.

 

Inoltre, impariamo una nuova lezione sulla vita di Dylan: da bambino, si inventò amici immaginari perché era solo. Questi amici rappresentavano diversi lati della sua personalità. Dylan non è mai riuscito a integrare tutti questi lati un un singolo Io e continua a mantenere contatti con loro, cioè con se stesso, per cui non riesce a stabilire contatti stabili con persone vere, a parte le eccezioni che provano la regola.

 

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DD N. 362: “Dopo un lungo silenzio”. Alla salute pubblica!

Dopo un lungo silenzio, Tiziano Sclavi torna a scrivere un episodio con uno dei migliori dd362-001titoli della serie. Anche la copertina bianca e le prime pagine quasi vuote sono un colpo ovvio ma comunque brillante. Per quanto riguarda il contenuto, Sclavi lavora il suo tema preferito, ossia la Solitudine dell’uomo moderno (e sì, purtroppo si parla solo di uomini e dei loro sentimenti), ma allo stesso tempo sviluppa un discorso parallelo sulla salute pubblica.

Bere da soli: gli “spirits” e la solitudine

Sono straight edge da più di un terzo della mia vita e non so quante volte si è cercato di convincermi a bere “solo un goccio”, quante volte ho dovuto giustificare la mia scelta senza offendere persone con le quali volevo avere un rapporto amichevole o almeno cortese, mentre infatti erano loro ad offendere me. Chi non beve è solo, solo come un cane, solo come Dylan Dog. Dato il fatto che Dylan è un alcoolista che non beve da molto tempo e quindi conosce i meccanismi sociali che inducono a bere e sa resistergli, è sorprendente la facilità con la quale Crystal lo persuade a prendere un bicchiere di vino.

Dylan accetta dopo una dichiarazione di amore reciproca, per non rompere l’incanto del nesso tra lui e la donna, per evitare il distacco che ambedue temono sia la conseguenza del suo rifiuto perché lei è un po’ sbronza. Confondono uno stato di animo con lo stato di ebbrezza.

Anche il cliente di Dylan, Owen Travers, beve per vincere la solitudine dopo la morte di sua moglie Edith (di nuovo un caso di cherchez la femme – che palle!). Il suo isolamento sociale viene dimostrato in un modo convincente e fa veramente pena. Travers avverte la presenza della moglie a casa sua, dove è quasi sempre ubriaco. Anche Dylan, nonostante sospetti che tutto sia l’effetto dell’alcool, la sente. La Trelkowski, quel vecchio cavallo di battaglia dello spiritismo invece no, e neppure i suoi assistenti con gli apparecchi scientifici. Ma dopo tutto, Dylan beve di nuovo, quindi l’incanto, lo spirito è solo un effetto neurochimico degli “spirits” bevuti. In inglese, “spirits” significa sia “spiriti” che “bevande alcooliche distillate”. Anche in tedesco, la parola per “spettro” (Geist) fa parte del nome di bevande distillate a base di frutta: “Himbeergeist” è “Spirito di lamponi”, “Pflaumengeist” “Spirito di prune” e via discorrendo.

Come l’alcool, lo spiritismo è un modo di scappare dalla solitudine e la noia esistenziale. Il povero Owen Travers si trova alle prese sia con il suo totale isolamento sociale che la perdita dell’amata moglie e trova conforto nell’alcool e l’illusione che fornisce, ma prova anche altre droghe, ossia la religione (“il cuore di un mondo spietato, il sospiro della creatura angustiata” – Karl Marx) e lo spiritismo fornito dallo spacciatore Dylan. Come viene spiegato nell’episodio, lo spiritismo nacque a metà dell’ottocento, cioè all’epoca dell’industrializzazione. Era una reazione regressiva al disincanto del mondo da parte della razionalità tecnologica e capitalistica.

dd362-002Gli spiritisti credono di cercare il contatto con i morti, mentre infatti desiderano il contatto con i vivi. Nelle sedute, si sente un’intimità sociale eccezionale. Si fa parte di un cerchio ristretto sia nel senso letterale che metaforico. Si sta insieme nel quasi-buio, si gode l’intimità, ci si tocca e si cade in trance, o almeno si fa finta di farlo. Invece degli spiriti, gli spiritisti cercano l’amore, e i battiti più importanti durante una seduta non sono quelli sul tavolo, ma quelli del cuore. Ma anche questa messinscena fasulla spesso non funziona. “Non riesco a cadere in trance,” dice la Trelkowski piena di disappunto, ma vuole dire “Non riesco ad amare”. L’assenza dell’amore e l’isolamento sociale sono uno degli argomenti più gravi contro la nostra società. Il numero di persone che vivono senza mai ricevere o dare una carezza è terrificante.

Il ministero della sanità informa

Per chi conosce la serie, il tono didascalico con il quale la faccenda viene narrata è poco sorprendente. Da alcoolizzato modello, Dylan dimostra sintomi che minacciano la sua mascolinità (non riesce a fare l’amore o a guidare), nega il suo problema, reagisce in un modo aggressivo agli avvisi di Groucho, poi formula buone risoluzioni ovviamente inutili (“Mai più.” / “Una sola.” ecc.), fino a “toccare il fondo”, cioè nel suo caso, addormentarsi nel proprio vomito. Il processo è molto accelerato a causa dello spazio limitato del fumetto: di solito, un episodio come quello descritto sopra non basta per convincere un alcoolizzato a cercare aiuto. Inoltre, il delirium tremens che Dylan dimostra durante la sua intossicazione in realtà è più spesso la conseguenza di un’astinenza da alcool in soggetti che hanno assunto elevate quantità della droga per più di un mese. Comunque, Dylan si reca da una riunione degli Alcolisti Anonimi, accompagnato da un continuo commento didascalico: “L’alcolismo è una malattia incurabile. Non esiste un rimedio, si può solo non bere più. L’alcolismo è una malattia progressiva. Diventa sempre peggio con il passare del tempo. E anche se smetti a lungo ma poi ricadi, gli effetti saranno devastanti nel giro di pochi giorni. L’alcolismo è una malattia mortale. Ora non sono aggiornato, ma la prima volta che sono andato ad AA mi hanno detto che i morti per droga all’anno erano seimila, quelli per alcol sessantamila. Eppure l’alcol è legale. E sulle bottiglie di vini e liquori non c’è l’avviso: L’alcol uccide.” Bisogna essere cauti con statistiche del genere. A quanto ho letto, i morti per overdose di droghe illegali sono attualmente meno di 400 all’anno in Italia, e il 15,2% della popolazione dimostra un consumo problematico di alcool: otto milioni e 265 mila persone. 40 000 morti sono attribuibili all’alcol ogni anno in Italia, non dieci volte le morti causate da droghe illegali, ma oltre cento volte. L’alcolismo è un tema che Sclavi considera importante, ma forse c’è un altro fattore, benché marginale, che ha determinato la scelta di parlarne proprio adesso: quasi tutte le migliori serie televisivi dd362-003Americane parlano di AA o di simili programmi: The Sopranos (Chris), The Wire (Bubbles), Breaking Bad (Jesse), House of Cards (Doug) e via discorrendo. In questo episodio, la riunione di AA funziona come antitesi alla seduta spiritistica: da AA, si cerca di scappare dagli spiriti e dalla trance, ma si riesce a comunicare e a superare la solitudine. Il tema è pesante, ma Groucho ha una bellissima battuta che lo riprende in tonalità umoristica: “Io con gli ultimi soldi rimasti ho comprato una scatola di sigari… il tabaccaio voleva darmi quelli con la scritta “Il fumo uccide” o “Il fumo provoca il cancro”, ma io ho insistito per avere quelli con “Il fumo invecchia la pelle”. Fanno meno male.”

 

Alla ricerca di un altro spettro

Il tono didascalico non finisce qui: Dylan segue una lezione del Professor Adam, e durante il loro colloquio, i due discutono su fenomeni paranormali. Il Professore: “I sogni sono indispensabili. Anche gli scettici come me sognano. Spettri, Ufo, poteri ESP… Sogniamo di trovare un giorno una prova scientifica, un fenomeno autentico. Ma fino ad allora… PFF!” – Dylan: “Poveri fantasmi, morti due volte…” – “Già, come dice Lei, è triste. Guardi […]: foto spiritistiche, antiche e moderne… Tutti falsi, inconsapevoli o fraudolenti. Doppie esposizioni, fotomontaggi, riflessi, trucchi […] Allo stato attuale delle nostre ricerche, un vero medium non esiste.” Io leggo questo dialogo come un’allegoria sul comunismo. Nel Manifesto Comunista, questo viene descritto come uno spettro che si aggira per l’Europa. E come la ricerca di spettri, quella di una prassi comunista ci ha lasciati con una lista lunga di fallimenti e crimini commessi da impostori. La ricerca dello spettro elusivo del comunismo continua, accompagnata, come nel caso di Adams, da scetticismo e dedicazione. “Eu sunt un monstru pentru voi, urzind un dor de vremuri noi” (“Io sono un mostro per voi, ché sento un desiderio di tempi nuovi” – George Bacovia, poeta rumeno)

Intertestualità

I due aspetti della tematica descritta sopra vengono sottolineati da una citazione ciascuno: a proposito di spettri, Dylan e Crystal guardano Il Fantasma del Palcoscenico di Bryan de Palma (1974, tutto nominato nella nota a calce), e a proposito dell’alcol, Dylan cita “il diritto all’incoscienza” che Frank Sinatra invoca nel film Alta Società di Charles Walters (1956). I due assistenti della Trelkowski si chiamano Stan (magro e basso) e Oliver (grande e grosso), una citazione ovvia dei comici Stan Laurel (1890-156) e Oliver Hardy (1892-1957), anche se la faccia di Oliver qui è quella di Bud Spencer (1929-2016).

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Maxi DD N. 18: “Le scarpe del morto” – scarpe sataniche, calzature capitaliste.

L’arrivo dell’inverno mi costringe a contemplare l’acquisto di nuove scarpe, il quale necessita molta deliberazione dopo il passo iniziale fatto oggi, quando mi sono recato nel negozio a farmi un’idea dell’offerta. Allora mi sono detto che durante il tempo ridicolo che ci metto a decidermi, potrei leggere e analizzare questa storia dal titolo ridicolo ma intrigante.

L’impressione iniziale era giusta, anche se un aspetto interessante c’è. Bisogna dire però che la costruzione della trama, i disegni e i dialoghi (“Dobbiamo scoprire da dove provengono [le scarpe] e quale mistero nascondono”) sono pessimi e di allusioni intertestuali ce ne sono solo le solite al Trillo del diavolo e a The Rocky Horror Picture Show.

Di solito, l’unico mistero che le scarpe nascondono è un cattivo odore, o, nel caso di mio figlio, quantità incredibili di sabbia. Le calzature nel fumetto però si rivelano una parabola bella ma poco originale sul capitalismo. Ogni donna che “ha indosso quelle calzature non è più padrona delle sue azioni” e diventa sempre più debole perché “chiunque indossi quelle scarpe viene prosciugato della propria forza vitale”. Le scarpe sono merci nella cui produzione viene impiegato lavoro umano, cioè forza vitale. Dall’altra parte, per acquistarle bisogna spendere soldi (anche se questo non è il caso nella storia), che per la maggior parte della popolazione riceve in cambio per la vendita della propria forza lavoratrice che è anche forza vitale. Questo ciclo è necessario per la riproduzione del capitale, il quale viene rappresentato qui dalla vecchia e ricca Demetra Wilson che risorge grazie alla forza vitale sottratta ad altre donne tramite le scarpe, cioè la merce. È la famosa formula dal “Capitale” di Marx: G – W – G’ (Geld – Ware – Geld’ / Soldi – Merce – Soldi’).

Inoltre, le merci sono un feticcio e anche questo viene illustrato nel fumetto: secondo Dylan, la faccenda delle scarpe è “un evidente caso di possessione”, che è un bel gioco di parole. In teoria, le donne possiedono le scarpe, mentre infatti sono possedute da esse. Dylan intende la possessione demonica, ma questa è solo una metafora per il valore irrazionale attribuito alla merce.

E a proposito di feticcio, questo esiste anche nel senso sessuale, un fatto al quale il fumetto accenna così:

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In chiusura, vorrei rimediare la scarsità intertestuale dell’episodio con i miei

Top 5 songs about footwear:

  1. The Teen Idles: “Sneakers”
  2. The Mitchelle Brothers: “Sole Mate”
  3. Dizzee Rascal: “Bubbles”
  4. Nancy Sinatra: “These Boots are Made for Walking
  5. Liturgy: “Returner” (Perché contiene la frase “Lay down a long leg / And elegant toe / And let me buckle your sandal”)

 

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